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Spettacoli Sabato 21 Febbraio 2026 ore 11:15
Saponangelo, "A teatro è come tuffarsi, una vibrazione unica"

L'attrice è in scena sul palco del Teatro Era con l'opera di Eduardo De Filippo "Sabato, domenica e lunedì", che mancava da oltre vent'anni
PONTEDERA — Dopo oltre 20 anni lontano dalle scene, torna al Teatro Era di Pontedera, stasera e domani, domenica 22 Febbraio, il capolavoro di Eduardo De Filippo, Sabato, domenica e lunedì, con Teresa Saponangelo e Claudio Di Palma, per la regia di Luca De Fusco.
Il celebre rito del ragù si trasforma in un’indagine profonda e ironica sulle gelosie e i silenzi di una famiglia borghese, in un equilibrio perfetto tra commedia e dramma, per vivere il teatro come specchio (spesso scomodo) delle nostre relazioni più intime. Sabato, domenica e lunedì è un'opera senza tempo, in cui si sorride, ci si commuove e si riflette, anche e soprattutto, sul ruolo della donna. Centrale, infatti, è la figura di Rosa Priore che, nell’interpretazione di Teresa Saponangelo, volto amato del cinema e della tv, incarna l’archetipo femminile che assorbe le tensioni e mantiene la coesione familiare. “Rosa – ha detto Saponangelo - è una donna che parla a noi ancora oggi e un testo è contemporaneo quando riesce a emozionarci”.
Come ci si approccia a un’opera, quasi “mitica”?
Questo testo porta con sé grandi aspettative da parte del pubblico: è stato già messo in scena e interpretato, anche al cinema, da artisti straordinari; quindi, c’è quasi un atteggiamento reverenziale ad approcciarsi a quest’opera. Non è come una drammaturgia contemporanea, dove puoi permetterti di “scoprire” qualcosa di nuovo: Eduardo ha costruito un meccanismo teatrale perfetto, con personaggi disegnati in modo impeccabile. L’attore può solo offrirsi al testo e all’autore, con grande umiltà. Il lavoro che ho intrapreso è stato quello di avvicinare la scrittura il più possibile a me, alle immagini e ai ricordi di certi atteggiamenti, di certi umori famigliari che ho vissuto e che custodisco”.
Eduardo De Filippo è stato un suo autore di riferimento?
Con questo spettacolo è la prima volta che affronto un’opera di Eduardo De Filippo e sono felice di arrivarci oggi: forse negli anni mi sono persa la possibilità di un maggiore approfondimento sui suoi testi, ma ora ho una consapevolezza diversa, la maturità per cogliere le tante sfumature della sua scrittura. Non è un caso che Rosa, il mio personaggio, sia una mia coetanea dal punto di vista anagrafico: c’è una coincidenza bellissima. Da ragazza rifuggivo un po’ dalla drammaturgia napoletana: volevo conoscere altro, guardavo al Nord, al Piccolo di Milano, a Strehler, a Ronconi. È l’ambizione naturale di un’attrice, a inizio carriera, che vuole esplorare e conoscere aspetti diversi dal territorio da cui parte. Ma, dopo aver viaggiato, si torna alle proprie origini e le si capisce meglio, le si ama di più.
Uno degli aspetti più affascinanti dei testi di Eduardo è la capacità di farti riflettere e contemporaneamente anche sorridere, con ironia. La regia di De Fusco segue questa linea?
Sì, decisamente. I lavori di Eduardo sono sacri, vanno rispettati integralmente, senza apportare modifiche o adattamenti. Sono opere perfette, e quando un attore magari ha un dubbio o gli sfugge qualcosa da tradurre sulla scena, basta ritornare all’essenzialità del testo: lì si trovano sempre le risposte a tutte le domande, l’ho provato sulla mia pelle. La regia di De Fusco ha messo in luce proprio il gioco degli attori, l’alchimia tra di loro, permettendo di far emergere la tenerezza, la comicità, l’ironia e le vibrazioni più intime dei personaggi. È una compagnia affiatata, forte, con attori giovani e capaci: si dà spazio a una classicità che funziona.
Eduardo De Filippo, tra le pagine bellissime che ha scritto, descrive quel particolare momento sospeso in camerino che precede l’ingresso in scena: “I minuti inesorabili mi inseguono. E nella loro corsa mi prendono, mi travolgono, mi spingono verso la porticina del palcoscenico, che si richiude, sorda, alle mie spalle”. Lei come vive il tempo immediatamente prima dello spettacolo?
Ho le mie piccole abitudini: mi trucco ascoltando della musica, poi una collega mi aiuta con i capelli, che devono avere uno stile preciso, anni ’40-’50, e faccio degli esercizi di articolazione e di stretching, perché lo spettacolo è impegnativo sia fisicamente che dal punto di vista vocale. È un tipo di preparazione solitaria, molto intima e personale, diversa dal cinema. Alla fine, questo tempo in camerino mi fa sentire più sicura: la mia rete di protezione è stata costruita. Certo, con 110 repliche può capitare di entrare in scena senza aver fatto tutto, ma in generale quella routine mi aiuta e mi sostiene.
Che sentimento occorre per arrivare dalla quinta al palcoscenico? Più coraggio o incoscienza?
È come tuffarsi: trattieni il respiro, ti butti sott’acqua e vai giù. Intuisci che ti aspetta un tempo lungo, in cui devi mantenere una tensione, una dedizione totale e una forte concentrazione su un’unica cosa: la ricerca della verità e del sentimento che nutre ogni parola detta sulla scena. Ogni sera è così, con quella sensazione che ti fa pensare: “Ci siamo, sta iniziando lo spettacolo e io devo calarmi profondamente in un’altra dimensione”. Bisogna affrontare il pubblico: quella massa energetica che arriva dalla platea e che risponde o meno, anche con un silenzio estremo, alla storia raccontata. Il pubblico è una forza che ti investe e che acquisisce un volto alla fine dello spettacolo. Il cinema non trova in sé la percezione dell’energia sera per sera: soltanto il teatro mantiene in sé questa vibrazione unica.
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