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Attualità lunedì 22 dicembre 2014 ore 17:45

Valderesi all'estero - Primo capitolo: Australia

Gabriele Bellucci, 26 anni
Gabriele Bellucci, 26 anni

Qui News Valdera ha intervistato quattro giovani che vivono lontano dall'Italia. Chi per inseguire un sogno e chi per avere uno stipendio normale



VALDERA — Se ne vanno per viaggiare, per diventare adulti, per coltivare i propri sogni ma molto spesso anche solo per avere uno stipendio normale e poter pagare un affitto. Gabriele, Andrea, Olimpia e Mara sono emigrati dall'Italia e sono andati rispettivamente a Sidney, Amsterdam, Londra e Berlino.

Tutti e quattro hanno vissuto in Valdera, Gabriele, 26 anni, è nato a Fabbrica di Peccioli, Andrea e Olimpia entrambi di 25 anni sono di Pontedera, Mara, 31 anni è nata a Pontedera, poi ha vissuto a Chianni, Bologna, Milano e Pisa.

Qui News Valdera li ha intervistati e loro hanno raccontato le loro vite in Australia, Paesi Bassi, Inghilterra e Germania.

Quattro storie che verranno raccontate singolarmente, il primo è Gabriele Bellucci, partito da Fabbrica di Peccioli e diretto nella Terra dei canguri. Un'avventura iniziata in due e proseguita da solo, dall'altra parte del mondo.

La partenza – “L'idea di partire per l'Australia nacque a luglio dello scorso anno, la maturazione di quella scelta fu strettamente legata alla mia situazione spirituale e sentimentale di allora. Mi ero laureato in Archeologia medievale a Pisa un mese prima e dopo poco iniziai a lavorare in un campeggio a Volterra. In quel periodo ero fidanzato da cinque anni con una ragazza ,V., quello che credevo di volere era un minimo di stabilità, per poter iniziare, magari, a costruire una vita insieme. Sorvolo sui vari problemi che negli anni sono nati all'interno della relazione con V. In realtà quello che stavo facendo era nascondermi, rassegnarmi a percorrere una strada che avevo paura di cambiare.

Come nelle più classiche commedie amorose conobbi un'altra ragazza, G.. Quest'ultima lavorava con me, come cameriera, all'Osteria dei Poeti, in via Guidi, sempre a Volterra. Un ristorante per coppiette, molto carino, con atmosfera romantica, pianoforte e luci soffuse. Eravamo solamente G. ed io. In poco tempo, anzi, in pochi minuti mi resi conto che il danno era fatto. Prima di diventare una coppia, fu proprio quest'ultima a dirmi che stava programmando di andare in Australia, per cambiare vita, perché era stanca della sua realtà. Sono sempre stato credente e quando mi espose la sua idea io capii immediatamente che Qualcuno mi stava dando l'occasione che avevo sempre cercato, che quella era la strada giusta, chi mi conosce bene sa che il mio più grande desiderio è sempre stato quello di girare il mondo. Diventammo una coppia, G. e io, e i cinque mesi che seguirono furono i più felici della mia vita.

La partenza fu fissata per l'8 gennaio di quest'anno, il programma era di fare quindici giorni di vacanza in Thailandia e da lì poi, andare a Sydney. L'ultimo giorno rimasi un'ora, al tramonto, a guardare da lontano il mio paesello. La mattina di quell'8 gennaio, alla stazione dei treni di Cecina, G. non arrivò mai, o meglio, arrivò, ma la ragazza che partì con me era un altra persona, estranea, lontana, impaurita, brusca e crudele. Ci trovavamo ad Ayuttaya, sessanta chilometri a nord di Bangkok, in una capanna in riva ad un fiume, camera doppia, letti singoli.

La mattina dopo ero su un treno con panchine di legno diretto a Lopburi, città dei macachi, cento chilometri a nordest di Bangkok. Curiosi occhi orientali mi sbirciavano di nascosto, l'incredulità e il dolore mi mangiavano letteralmente vivo. Ero solo”.

L'arrivo e l'ambientamento - “Da Chiang Mai presi un aereo per Bangkok, dove mi aspettava il volo per Sydney, era il 23 gennaio. Atterrai a Sydney il giorno dopo. Avevo prenotato un posto letto in un ostello quindi mi diressi subito lì. La camera era un buchetto con due letti a castello, vestiti ovunque e piattole che apparivano e sparivano. Non dormivo da 24 ore e quella sera andai a letto presto. Inutile dire che il mio stato d'animo non era dei più sereni, non avevo previsto di fare tutto completamente da solo, ma avevo trovato le motivazioni giuste per andare avanti. Ero intenzionato a trovare un lavoro, imparare l'inglese e tornare a casa non prima che fosse trascorso un anno. Conto in banca, assicurazione sanitaria e Tfn, un numero di riferimento assegnatoti dal governo, essenziale per poter lavorare in regola.
Stampai un centinaio di curriculum ed iniziai a cercare un lavoro. Uscivo dall'ostello la mattina alle 8 e rientravo per l'ora di cena. Per due settimane lavorai, saltuariamente, come facchino per un negozio che noleggia candelieri di cristallo. Avevo trovato quel lavoro grazie ad un ragazzo californiano che avevo conosciuto all'ostello, mi permise di lavorare nei luoghi più belli di Sydney.

Passò un mese prima che riuscissi a trovare un lavoro stabile e malgrado le mie intenzioni fu proprio in un ristorante italiano che lo trovai. Dissi al proprietario, Enrico, che in una cucina non c'avevo mai lavorato ma che non mi mancavano la passione e la voglia di imparare. Fu così che Enrico mi prese a ben volere, a lui piaceva cambiare i nomi alle persone per scherzo, iniziò a chiamarmi Dante, nome con il quale ormai mi chiama il novanta per cento delle persone che ho conosciuto in Australia. Per come la vedo è una cosa un po' simbolica, quasi come un secondo battesimo.

Per sei mesi lavorai duro, un solo giorno libero e una paga onesta. Già dopo un paio di mesi mi occupavo di cucinare i primi e verso la fine, insieme a un altro ragazzo immigrato come me, dirigevo l'intera cucina. L'esperienza del ristorante mi permise di mettere da parte abbastanza soldi da stare tranquillo, accrebbe sensibilmente il mio bagaglio di conoscenze culinarie e contribui non poco a guarire la ferita che avevo ricevuto sette mesi prima. La vita a Sydney non è niente male, è il classico posto che ti fa credere di poter fare qualsiasi cosa. Nel quale ti senti al centro del mondo. Io da parte mia mi sentivo un vincitore. Me l'ero cavata da solo nonostante gli ostacoli, avevo lottato e avevo vinto, non mi ero arreso, nemmeno dall'altra parte del mondo. Una delle cose che amo di più di questa esperienza che sto facendo è il profondo senso di libertà e la sfida che rappresenta. Oggi sono in un posto, ma niente mi lega, sono libero di spostarmi quando voglio.

Dopo sei mesi di ristorante decisi che era giunto il momento di cambiare. Il governo australiano offre l'opportunità di rinnovare il mio tipo di visto per un ulteriore anno, a condizione che io lavori 88 giorni nelle farm australiane, che non sono altro che aziende agricole. Adesso mi trovo a Griffith, una cittadina di ventimila abitanti nel mezzo al nulla a cinquecento chilometri a ovest di Sydney. Lavoro cinque giorni a settimana in una farm di piantine di pesco e di mandorlo, un lavoro piuttosto duro, ma con un'ottima paga, circa 2200 euro al mese, inoltre mi permette di poter rinnovare il visto. Vivo in un appartamento con altri otto coinquilini, e mi trovo benissimo.

Cosa ti manca? Ritornerai? - “Il piano, per adesso, è quello di finire gli 88 giorni, poi per il futuro si vedrà. Molto probabilmente a gennaio 2015 andrò in Cina, a trovare la mia ragazza, e dopo deciderò sul da farsi. L'unica cosa sicura è che non tornerò a casa, in Italia. Non perché non ami il mio paese, o i miei amici, o la mia famiglia. Mi mancano i miei posti, il mio paesaggio, mi manca uscire di casa e vedere le colline con Volterra in lontananza, mi manca uscire di casa e conoscere tutti, salutare tutti, mi manca andare a prendere un caffè al bar, andare a cena dai miei nonni, penso di non aver mai amato tanto i miei posti come ora che sono lontano, come ora che mi guardo intorno e mi accorgo che non ne esistono di più belli. Ma non sono ancora pronto per tornare”.

Chi vuoi salutare? - “Saluto i miei nonni per primi, la mia famiglia, i miei amici, e tutte le persone del mio paese. Se sono la persona che sono è sicuramente anche merito (o colpa!) di tutti loro,
E una piccola parte di ciascuno è qui con me, a vivere la mia avventura, il mio sogno, dall'altra parte del mondo.

René Pierotti
© Riproduzione riservata



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