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domenica 16 giugno 2024

LE PREGIATE PENNE — il Blog di Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi

Pierantonio Pardi ha insegnato letteratura italiana all’ITAS “ Santoni” di Pisa fino alla pensione. Il suo esordio narrativo è stato nel 1975 con il romanzo "Testimone il vino" , ristampato nel 2023 sempre dalla Felici Editore, nel 1983 esce "Bailamme" (ristampato nel 2022 con Porto Seguro editore). Negli anni seguenti ha pubblicato come coautore “Le vie del meraviglioso” (Loescher,1966), “Il filo d’Arianna (ETS, 1999) e da solo “Cicli e tricicli” (ETS 2002), “Graaande …prof (ETS, 2005) e “Il baffo e la bestia” (ETS 2021). Ha curato l’antologia “Cento di questi sogni” (MdS, 2016) ed è direttore editoriale della collana di narrativa “Incipit” (ETS)

​Due investigatori “per caso”

di Pierantonio Pardi - mercoledì 06 settembre 2023 ore 08:00

In questo nuovo numero del mio blog, troviamo Pellegrino Artusi, l’antico e mitico guru della gastronomia e Gianni Martini. Si tratta di due “investigatori per caso” , il primo inventato da Marco Malvaldi, il secondo da Guido Martinelli, giallisti che hanno in comune una vis comica molto particolare. Il primo romanzo è un giallo storico, ambientato nel castello di un barone, nella Maremma del 1895, il secondo si svolge in una Pisa del 2003, in un afosissimo luglio e mette in scena un precario esistenziale, il “Marlowe” dei poveri, alle prese con inquietanti sparizioni e nuove apparizioni.

Ebbene, con Marco Malvaldi andrò controcorrente e non parlerò degli stranoti e seriali vecchietti del bar Lume (Ampelio, Aldo, il Rimediotti e il Del Tacca) né tantomeno di Massimo Viviani, il proprietario del suddetto bar. Tra l’altro il bar Lume è una divertente sciarada che sta per barlume sinonimo di indizio. Confesso che queste storielle, fin dalla prima “La briscola in cinque” non mi hanno mai entusiasmato più d’un tanto, anche se ne riconosco il lato comico e un po’ gigionesco.

Il Malvaldi che preferisco è quello di altri romanzi che non hanno niente a che fare col bar Lume, pur mantenendo le caratteristiche del giallo e a volte del noir.

Mi riferisco a “Argento vivo”, “Milioni di milioni”, “Chi si ferma è perduto” (scritto con Samantha Bruzzone) e a “Odore di chiuso”, il romanzo che recensirò con cui Malvaldi aveva reso omaggio a Pellegrino Artusi nell’anniversario della morte (1911) e a cui poi ha dedicato anche “Il borghese Pellegrino”, celebrando così il secondo centenario della nascita del grande gastronomo avvenuta nel 1820.

Pellegrino Artusi (Forlimpopoli 1820 – Firenze 1911) è stato uno scrittore, gastronomo e critico letterario italiano, oltreché commerciante di stoffe. Famoso per aver scritto il libro di ricette italiano più popolare di sempre: “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”.

Ma veniamo al libro.

Marco Malvaldi

ODORE DI CHIUSO

Che ci fa l’Artusi in un giallo di Malvaldi?

È presto detto: l’Artusi è stato invitato dal barone Romualdo Bonaiuti di Roccapendente, che aveva conosciuto alle terme di Montecatini, nel suo castello della Maremma toscana vicino alla Bolgheri di Giosuè Carducci. Il barone lo aveva invitato perché incuriosito dalla fama di cui già godeva il baffuto Pellegrino.

Siamo nel 1895 e quindi questo giallo si potrebbe definire un “giallo storico”, ma andiamo per gradi e procediamo ad illustrare i contesti e la galleria dei personaggi che fanno da sfondo alla vicenda in cui non potrà mancare, e ci mancherebbe altro, il morto.

Artusi non è il solo invitato; insieme a lui è giunto al castello il signor Ciceri, un fotografo chiamato ad immortalare con i suoi scatti alcuni ritratti familiari del barone, un gruppo di persone, tenacemente dedite al dolce far niente, al parassitismo assoluto: i figli Lapo, Gaddo e Cecilia.

Lapo, in assoluto, è un fuoriclasse del fanaseghismo; ecco come viene riassunta la sua weltanschauung : la visione che Lapo aveva del modo di comportarsi con gli altri esseri umani era semplice e lineare: se donna, e bella, la si tromba. Se donna, e brutta, si tromba qualcun’altra. Se uomo ci si va al casino insieme.

Gaddo, l’altro figlio, poeta dilettante che spera sempre di incontrare Carducci a cui ha spedito il suo carme “Core impetuoso” e, dopo averlo spedito: era rimasto in febbrile attesa dell’esito del proprio impeto ,ma (…) mai nemmeno quando era gonfio di vermouth, aveva osato sperare in una visita.

Infatti, quando il babbo aveva annunciato l’arrivo di un ospite illustre, un famoso letterato, lui aveva immaginato che si trattasse di Carducci, rimanendo deluso quando scopre che il letterato in procinto di scroccare l’ombra e la tavola di Roccapendente era uno che aveva scritto un libro di cucina. Roba da dare la testa nel muro.

E infine Cecilia, ragazza di talento e sensibile, ma piegata a occupazioni donnesche. Completano il quadretto familiare la vecchia baronessa Speranza che vigila su tutti, seduta sulla sua sedia a rotelle, le due cugine zitelle del barone, Cosima (che si invaghirà, terrorizzandolo, di Artusi) e Ugolina. Poi la servitù, la Barbarici, dama di compagnia della baronessa, Teodoro, il maggiordomo, Parisina, la cuoca, Agatina la giovane e procace cameriera, fidanzata di Teodoro e infine lui, l’Artusi che ci viene così presentato: In una mano ha un libro, sulla cui copertina si può leggere un titolo in inglese. Nell’altra, ha un cesto di vimini, contenente due dei gatti più grassi che si siano mai visti. In testa ha un cilindro, e addosso una finanziera. Per finire, sotto i baffi si intuisce un bel sorriso, di quelli tondi e ben disposti.

Per gli amanti dei gatti dirò che i due di Artusi si chiamano Bianchino e Sibillone.

Ora, siccome, si tratta di un giallo, cosa succede a un certo punto?

Succede che: quel sabato mattina andò in scena un bel fuori programma: perché mai, prima di allora, né i residenti né la servitù erano stati svegliati dall’urlo agghiacciante che aveva sorpreso il castello. L’urlo disumano era opera della signorina Barbarici, che giaceva in terra a pelle di leone davanti ad un portoncino di legno e ferro che si trovava al piano seminterrato; la poveretta era, oltre che immobile, debitamente svenuta, come del resto si conviene a una donna in un romanzo ambientato a fine ‘800.

La Barbarici era svenuta perché, trovando chiusa la porta della cantina, aveva visto dallo spioncino il cadavere di un uomo disteso a terra. La porta della cantina era chiusa dall’interno e il cadavere apparteneva al maggiordomo Teodoro. Bisogna sapere che la Barbarici aveva da tempo presa l’abitudine di scendere in cantina e di servirsi di un robusto bicchiere di assenzio che Gaddo aveva portato da Parigi mesi prima e che teneva conservato nelle bottiglie.

Comunque, per farla breve, viene chiamato un fabbro che apre la porta e successivamente il dr Bertini che, davanti a tutti dichiara che Teodoro è stato avvelenato e che il veleno, la Belladonna, era nel bicchiere di vino di Porto che il poveretto aveva davanti a sé; la belladonna infatti ha sapore gradevole, dolciastro e giulebboso, e si confonderebbe a meraviglia col sapore zuccherino di codesto vino.

Quindi il dottore ha avvertito, come esige la prassi, il delegato di polizia per avviare le indagini, visto che si tratta di un omicidio.

Il Delegato Artistico, giunto sulla scena, interroga tutti; per primo il barone che gli dice di aver lasciato nel bicchiere, visto che si sentiva un po’ indisposto, quasi tutto il Porto che poi, come era solito fare, finiva di bere, di nascosto il maggiordomo.

Dopo aver interrogato i figli che risultano comunque estranei alla vicenda interroga anche Artusi che dice di aver sentito, odorando dal pitale che era in cantina, odore di asparagi, mentre Teodoro gli aveva detto di essere allergico a quel cibo. Quindi Artusi è convinto che il pitale sia stato usato da qualcuno che aveva mangiato asparagi, ma lasciamo la parola a lui: Essendo entrato nell’anticamera di una cantina, ho pensato che si trattasse di odore di chiuso. Ma … vedete, in quest’olezzo c’era una nota che conoscevo fin troppo bene. Voi saprete, signor delegato, che quando una persona mangia sparagi, quando in seguito dà sollievo alla vescica libera un odore alquanto sgradevole (…) ecco, signor delegato. L’orinale dentro il comodino aveva esattamente cotesto odore ripugnante.

Indizio questo che si rivelerà fondamentale per la scoperta dell’assassino.

Ma allora, se non è stato Teodoro e se la porta è stata chiusa dall’interno, chi può essere stato ad uccidere il maggiordomo?

Questo, ovviamente, non potrò svelarvelo, ma continuerò a raccontare, per sommi capi, la trama.

Una mattina, Artusi sta parlando con Cecilia, quando si sente uno sparo provenire dal bosco; hanno ferito il barone: sdraiato in terra, il settimo barone di Roccapendente giaceva con le gambe raccolte in posa ben poco nobile, così come ben poco nobili erano gli accostamenti tra Nostro Signore e vari animali da cortile che gli uscivano strozzati dalla gola, mentre Cecilia, china su di lui, gli premeva sulla spalla insanguinata.

Però Ciceri ha fotografato lo sparatore: è stata Agatina, la cameriera. Allora è lei l’assassina? E il movente? Forse il figlio che porta in grembo non è di Teodoro, ma del Barone?

Arriva il Delegato che interroga di nuovo tutti e vuole approfondire, in particolare i rapporti tra Agatina e il Barone.

Ma ben presto il Delegato capisce che non può essere Agatina, la responsabile del primo delitto, tanto più che era fidanzata con Teodoro che, però, si scopre aver avuto rapporti strani col barone per un discorso legato alle scommesse sulle corse dei cavalli e a un giro di soldi che Teodoro avrebbe vinto e che il barone gli avrebbe sottratto …

Insomma le cose si complicano, ma sarà ancora una volta Artusi a fornire la dritta giusta al Delegato con una frase all’ apparenza sibillina: Eliminate l’impossibile. Quello che resta, per quanto improbabile, dev’essere per forza la verità.

E sarà questa frase, sommata al primo indizio dell’odore di chiuso che porterà il Delegato a scoprire il colpevole.

Non posso, ovviamente, aggiungere altro e chiudo questa recensione citando la quarta di copertina: In “Odore di chiuso” Malvaldi (…) ha scelto l’epoca di un’Italia da poco unificata e ancora impastoiata nei particolarismi nobiliari con riferimenti storico letterari che occhieggiano ironicamente all’oggi. Ma senza abbandonare la sottigliezza umana che gli permette di disegnare ogni personaggio con insolente umorismo, offrendo gallerie di caratteri e situazioni comiche capaci di divertire tanto quanto l’ingegnosità dell’intreccio..

Guido Martinelli

UN INVESTIGATORE A SORPRESA

Giallo in salsa toscana

Viene subito da pensare, leggendo questo giallo, a Carletto Manzoni e alle sue celebri parodie dell’hard boyled di Chandler, con la serie “La suspense del riso” (Ti spacco il muso bimba! Che pioggia di sberle, bambola! Ti svito le tonsille, piccola) ed al detective Chico Pipa e Gregorio Scarta, quest’ultimo cane poliziotto con un debole per il bourbon; romanzi con delle caratteristiche che vanno dal grottesco all’inverosimile, ma attraversati da una vis comica pressoché onnipresente.

E la stessa vis comica la troviamo in questo buffo e originale giallo in salsa toscana, “Un investigatore a sorpresa”, di Guido Martinelli, precario esistenziale e Marlowe dei poveri come ama definirsi, in realtà insegnante di lettere alle scuole medie, che affida a un suo eteronimo Gianni Martini il difficile compito di indagare sulla scomparsa di una ragazza.

Ma procediamo per gradi: tutto ha inizio quando Gianni Martini viene contattato dalla mamma di una sua ex alunna, Carlina, perché la ragazza è scomparsa e la mamma, vestita in nero, incarica lui di cercarla.

Ecco come descrive l’incontro il neo investigatore:

Ora posso aggiungere la diciassettesima tacca al mio ricco palmarès: l’investigatore privato. Oddio, la “signora in nero” non mi ha definito così. Mi ha solo chiesto un favore, ma figurati se non monto un po’ la cosa. D’altronde la signora desidera una precisa indagine sulla scomparsa della figlia e quindi io mi sento autorizzato ad autodefinirmi “investigatore privato”. E’ vero che non ho alcun tipo di preparazione teorico – pratica al riguardo, a parte la lettura di una serie notevole di gialli, né un minimo di prestanza fisica. Non ho neppure fatto il militare. L’ultima volta che ho preso in mano un’ arma deve essere stato verso i tredici anni, o giù di lì, a Camaiore, quando scorrazzavo in pineta imbracciando colorate pistole ad acqua.

All’inizio Gianni è riluttante, poi accetta l’assegno di 500 euro e inizia la ricerca che terminerà quasi subito perché la ragazza si trovava a casa di una sua amica, Carmen. Carlina non era scomparsa, ma era andata a Cles, in Trentino, a cercare il suo fidanzato Luciano Di Pasco, ciclista professionista, lui sì, scomparso veramente.

Prima di procedere col racconto di cui, essendo un giallo, rivelerò solo alcuni indizi , vorrei soffermarmi sui contesti in cui si svolge la storia, sulla geografia tutta esclusivamente pisana, a iniziare dal Bar Milena che si trova a pochi passi da casa di Gianni, a tre millimetri dal Ponte Solferino, gestito da Marione, ex promessa del pugilato dilettantistico locale, denominato Monzon dagli amici burloni; è in questo bar che Gianni dà inizio alle indagini:

(…) me ne sto seduto dietro un tavolino, all’esterno del bar, con un bicchiere colmo davanti che dimostra come non sia ancora uscito dal tunnel della “Sprite”. Da quello dell’acqua tonica sono riuscito faticosamente a divincolarmi in primavera: vedremo quanto ci vorrà per uscire da questa ennesima, odiosa dipendenza. Ci cono comunità di recupero efficaci per analcolisti incalliti?

Gianni inizia a indagare sulla Farmacom, la squadra per cui gareggia Luciano e viene a scoprire che l’atleta ha avuto dei problemi negli ultimi tempi, forse a causa di una donna che lo ha stressato troppo a livello erotico. Ma nel frattempo la Carlina mostra a Gianni un messaggio dove risulta che il suo moroso si trova a Sassomarconi. E, sempre nel frattempo, Gianni riceve delle minacce e Monzon lo mette in guardia perché si è accorto che due pugili, poco raccomandabili, lo stanno seguendo. Poi, come se non bastasse, un questurino, il sovrintendente Benedetti, lo invita a desistere dall’indagine ma lui, compreso ormai nel ruolo di duro dell’hard boyled se ne frega e continua, pedinando il massaggiatore della palestra Salus, un certo Franz Di Cioccio e intuendo che c’è del marcio in questa storia … l’ombra del doping … E intanto Gianni ha intrecciato una liason sentimentale con Carmen.

Insomma, come in un giallo che si rispetti le cose si complicano, compaiono altri personaggi, tra cui l’amica giornalista Mimò che aiuterà Gianni nelle indagini, il padre di Carlina, ed il signor Chiarelli, titolare nel rione Oltrera del negozio di cicli e motocicli “Ruota d’oro”. Da questo incontro partirà una lunghissima digressione sul doping. Ecco che dice Chiarelli degli anabolizzanti, dell’Epo e dei “modificatori dell’emoglobina”:

Uno si collega al sito giusto, fa l’ordinazione e tranquillamente te la mandano a casa per posta (…) ah, e poi c’è anche qualcuno, più bischero di tutti, che dice di voler provare il “doping genetico”. Le cellule staminali che non voglio neanche sapere cosa sono perché mi viene la pelle d’oca solo a nominarle.

Insomma, per farla breve, il Di Pasco si faceva e di brutto, ottenendo notevoli risultati, poi, ebbe un tracollo fisico e, non riuscendo più a correre a quei livelli, frustrato e deluso, decise di iniziare a contrabbandare con l’amico d’infanzia Simone Ciuti sostanze dopanti.

Fino a che … fino a che un bel giorno il suo corpo carbonizzato viene trovato all’interno di un auto precipitata in un dirupo, insieme al suo amico Ciuti.

Fine della storia? Neanche per sogno.

Perché, un anno dopo, al bar “Studente bello” di piazza Dante, Gianni nota Carmen seduta ad un tavolino e un tizio che si posiziona dietro di lei, un tizio che Gianni conosce molto bene. Ed ecco quello che succede quando Gianni, vinto ogni indugio raggiunge Carmen:

- Oh, cara Carmen, come mai anche tu qui?

L’effetto sorpresa è dirompente. Si volge subito verso di me con una faccia a metà tra il sorpreso e l’atterrito. Alle sue spalle s’intravede un tramestio.

Alzo lo sguardo e rivolgo democraticamente la mia attenzione anche a quel tavolino ed al suo misterioso occupante.

- Oh, guarda lì chi c’è, il redivivo Luciano: come si sta nell’al di là? Come mai stamani ti hanno dato il permesso di ricongiungerti con noi comuni mortali? E’ San Sughero Martire festa leggera?

Colpo di scena! E mi fermo davvero qui.

Un “Giallo in salsa toscana”, ma più che altro pisana, rivela quella che sarà la caratteristica stilistica di Marinelli, anche nelle produzioni successive, non ultima la pubblicazione di BIS, il romanzo uscito nel 2021 per la collana Incipit (ETS) diretta da me e Daniele Luti e di cui parlerò in uno dei prossimi blog; una caratteristica, dicevo, centrata sull’ironia, il sarcasmo, lo spiazzamento a volte surreale di certe sequenze narrative e soprattutto un ritmo veloce, incalzante a tratti quasi visivo, con un narratore in prima persona ed una galleria di personaggi caratterizzati in un modo talmente verosimile che sembrano quasi voler uscire dalle pagine. Inoltre Guido interagisce spesso con i lettori con domande ovviamente retoriche (nel senso che rimarranno orfane delle risposte) e osservazioni umoristiche ad alto tasso di complicità.

Ma sentiamo dalla voce di Guido come è nata l’idea di questo giallo e soprattutto quella di dar vita a Gianni Martini, l’eteronimo che incontreremo in altri suoi scritti

D. Un investigatore a sorpresa (Giallo in salsa toscana)

L’hai scritto nel 2011, ma mi risulta che non è stata l’unica incursione nel genere giallo; mi sbaglio?

“L’investigatore a sorpresa” è stata la prima avventura del mio alter ego Gianni Martini, che magari dovrei presentare dato che non è conosciuto dalle grandi masse. Lui è un “precario esistenziale” perché non crede che nella vita ci sia bisogno di certezze lavorative o sentimentali o altro, che “tanto la vita è un pizzicotto”. Lui, perfetto antieroe e un po' “inetto” di sveviana memoria anche se non fuma, ogni tanto, per caso e suo malgrado, si trova in mezzo a guai che risolve per intuito, fortuna e l’aiuto di amici che lo assistono, sempre sospinto da una vena ironica e disincantata.

Dopo questo primo caso “ lungo” ne ha risolti altri tre “corti” in raccolte come un “Giallo Pisano” curato da Renzo Zucchini (Ed. Felici), “L’altra metà di Pisa” (Ed. Il Foglio) curata da Mirko Tondi, mentre una terza è uscita nella rivista online sempre del Foglio Letterario curato da Vincenzo Trama.

L’ultima avventura “lunga” la conosci bene dato che insieme al tuo sodale Daniele Luti hai curato l’editing per la collana “Incipit” dell’Ets. Parlo di “Bis”, dove il nostro eroe va alla ricerca delle sue radici nella provincia lucchese trovando, forse, anche la spiegazione del suo atteggiamento un po' atarassico nei confronti della vita in tutti i suoi aspetti.

D. Quando e perché ti è venuta l’idea di creare il tuo eteronimo Gianni Martini?

E’ nato per una sorta di igiene mentale, dopo un lungo travaglio persino più lungo di quello degli elefantini che impiegano circa ventidue mesi prima di vedere la luce, perché dopo avere letto per anni centinaia di gialli avevo la necessità di liberarmi di tutte quelle storie inventandomi un mio personaggio alle prese con storie almeno un po' giallognole. Però, volevo che mi somigliasse, quindi non poteva essere vitaminico e perfetto ma improbabile anche se più simpatico del sottoscritto. E siccome, per una questione caratteriale io non mi prendo mai molto sul serio, anche se a volte cerco di nasconderlo dandomi un tono convinto, il mio personaggio doveva essere molto “sui generis”. Differisce da me, però, nelle aspettative di vita dal momento che, per educazione, ho invece sempre cercato di avere certezze di ogni tipo. Diciamo che evidenzia elementi latenti del mio carattere mai messi in pratica.

D. Quali sono i tuoi riferimenti letterari.

E’ una lunga lista che cito un po' a casaccio e col rischio di lasciarne qualcuno per strada perché sono un animale onnivoro che pascola ovunque e in ogni genere. Tra i giallisti Chandler, il massimo, e altri americani tra cui la Cornwell, Connolly; tutti gli italiani affermati anche perché sono patriottico e privilegio in oggi settore i prodotti nostrani come Lucarelli, Macchiavelli, Manzini, Rebecchi, sua maestà Camilleri, Vichi, Di Giovanni, Malvaldi, la Baraldi; altri italici classici come il divino Calvino e gli amori giovanili Cassola, Moravia, Buzzati, Eco; i comici come Villaggio col suo Fantozzi, il brillante Manzoni ma non il Lisander degli sposi osteggiati bensì il più recente Carletto, le “Formiche incazzate” di Gino e Michele; le classiche scrittrici italiane come Morante, Maraini, Ortese, Tamaro e tante altre che ometto perché amo la scrittura al femminile; i francesi come Flaubert, Maupassant, Balzac, Houellebecq o le francesi come Yourcenar, Sagan, Nothomb; gli inglesi come il sublime Bardo e Mc Ewan; gli americani classici come Hemingway, Fitzgerald, Steinbeck, Roth, McCarthy, e i sudamericani come Marquez e Soriano. E mi fermo qui per “non farla troppo palloccolosa” come direbbe in pisan slang Monzon, il braccio destro di Gianni Martini.

D. Da questo libro a BIS, sono trascorsi 10 anni. Hai notato delle varianti stilistiche nella tua scrittura?

Moltissime. In quella prima esperienza andavo un po' a braccio e con gran difficoltà, seguendo soprattutto l’istinto. E impiegando tanto tempo e fatica. Col tempo ho il sospetto di aver trovato uno stile più sicuro grazie, forse, anche alla mia attività giornalistica sull’Arno.it attiva ormai da diversi anni, che portandomi a scrivere con più frequenza e su argomenti disparati ha senza dubbio affinato le mie capacità e reso, al contempo, più sicuro e sciolto. E’ opportuno sottolineare che esiste una differenza tra quando racconto Gianni Martini rispetto ad altre storie con diversi contenuti. Con Gianni uso un linguaggio più colloquiale, strizzo l’occhio al potenziale lettore (ne avrò raccolti una trentina fino ad ora?), e faccio il simpatico senza ritenermi un comico anche ricorrendo sovente al vernacolo pisano, un po' anche reinventato. In altri frangenti cerco di essere più attento e di servirmi di uno stile più vicino alla lingua madre cercando di dare un senso agli sforzi familiari per farmi studiare.

D. Hai qualche altro progetto editoriale per il futuro?

Credo, come sempre, di avere, allo stato attuale, più velleità che progetti reali. D’altronde ho sempre vissuto un tantinello più sulle nuvole che sul pianeta terra anche se i piedi ho sempre cercato di tenerli per terra. Ci sono idee rimaste tali che per averle pensate tanto mi sembra di averle portate a termine. In questi anni ho scritto dei raccontini sia blues che ho letto pure in alcuni spettacoli musicali alcuni anni fa, sia di carattere sentimentale, che sarebbe bello trascrivere su carta se riuscissi a trovare estimatori. Sparando tutte le cartucce posso pure dirti che sarebbe già pronta, a grandi linee, anche un’altra avventura di Gianni Martini alle prese con un cold case di un ragazzo sparito durante le lotte studentesche di anni fa e di cui si sono perse le tracce che lui risolve per semplice intuito. Visto che sono lanciato posso anticipare anche che ha cambiato casa, forse perso il fidato amico Monzon emigrato per amore a Livorno, ma ha guadagnato una nuova, intrigante, situazione amorosa. Ah, uno dei suoi nuovi lavoretti con cui sbarca il lunario è il ghost writer. Forse non dovrei essere incautamente anticipatore ma sappiate che uno degli ultimi successi editoriali del nostro paese, in realtà, è stato scritto da lui. Non il libro del generale: lui scrive meglio. Ma con i tempi lunghi di scrittura che ho, e data la mia età non più verde, è probabile che questa storia esca…postuma.

Pierantonio Pardi

Articoli dal Blog “Le pregiate penne” di Pierantonio Pardi