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Attualità domenica 28 febbraio 2021 ore 10:00

Marconcini ricorda Tommaso Fanfani

Tommaso Fanfani

A dieci anni della scomparsa l'ex sindaco di Pontedera, con una lettera a QUInews, ricorda il presidente e direttore di Fondazione e Museo Piaggio



PONTEDERA — A Tommaso

Uno storico amico -dopo tanto che si è conoscenti si pensa di diventare amici, specie se se ne hanno pochi- mi ha ricordato che sono dieci anni dalla scomparsa di Tommaso Fanfani, il professore presidente e direttore della Fondazione e del Museo Piaggio e di tante altre cose. Era il 24 Febbraio del 2011, in effetti. Ma questo ho dovuto cercarlo, perché la mia memoria non funziona, non ha mai funzionato tanto bene. Non tengo a mente i numeri, toccava ripassarli di continuo e con le date un dramma, non conservo la cronologia degli eventi. Sono un viaggiatore distratto del tempo. Il cuore meglio, quello batte ancora e così mi piace ricordare Tommaso. Come un uomo dolce. È strano definire la dolcezza in un uomo, in genere non si fa. Non ci è quasi consentito, siamo uomini.

La prima volta che ci vedemmo litigammo, perché io ero sindaco e perché sono un timido aggressivo. Il Comune allora non aveva più nessuna sede per le esposizioni artistiche e noi contavamo tutto sul Museo. Ovviamente Tommaso mi fece presente che non per tutto il Museo Piaggio poteva essere disponibile, solo per le cose più importanti e altrettanto ovviamente aveva ragione. Ma io sbottai in malo modo, ricordando che noi versavamo la nostra quota importante -non ricordo se 50 milioni all’anno o 50 mila euro- e che la Fondazione -unica esperienza in Italia e forse non solo in Italia- era 50% pubblica e 50% privata -c’era anche la Provincia- e che quindi avevamo diritto. Tommaso non replicò e si limitò a dirmi che lo stavo aggredendo, sorrise e, ancora ovviamente, mi disarmò. Oppose alla mia intemperanza una sorta di pacata risolutezza che mi fece capire che ero un cretino. Ci mettemmo d’accordo su cosa si poteva fare: le cose di livello più alto, e sul resto, cioè sulle opzioni locali, il Comune seguì altre strade che portarono alla realizzazione di nuove strutture per le iniziative sociali e culturali cittadine. Fu un bene, alla fine.

Così, come in genere succede, nacquero una stima e una simpatia, che spero siano state reciproche. Allora Tommaso era affiancato da Paracone, non ricordo il nome. L’amico Vanni Bonadio -che è ingegnere, nessuno è perfetto- mi sembra disse che veniva dal San Paolo: era incaricato dalla Piaggio di fare il direttore del Museo. Bravo per carità, ma antipatico, legava più con la Provincia, allora rappresentata nella Fondazione dall’assessore Aurelio Pellegrini. Si spendeva un po’ troppo e poi era un guaio far quadrare i conti.

Quando fu deciso di ringraziare Paracone per l’importante lavoro svolto e si unificarono nella figura di Tommaso le funzioni di presidente e di direttore io fui contentissimo. Non fu solo per risparmiare, fu una scelta intelligente. Perché per noi, per me, era Tommaso, ma lui era il professor Tommaso Fanfani, docente di storia economica, preside di facoltà, prorettore, eccetera, eccetera. Era nato nel 1943 a Pieve Santo Stefano, aretino, addirittura parente di quel celebre Fanfani e credo avesse quelle idee, ma non la prosopopea di cui l’Amintore nazionale andava famoso. Un illustre insomma, che però, per fortuna, rimaneva Tommaso. Un amico e un amico di Pontedera. Per questo gli conferimmo la cittadinanza onoraria, non ricordo che anno era, ma chissenefrega, ricordo che se la meritava, per quanto può valere quell’onorificenza: per noi tanto e anche per lui, perché ricordo che gli fece molto piacere. E questo è l’importante.

Mi faceva i complimenti perché quando dovevo parlare in pubblico nei convegni al Museo, mi preparavo e cercavo sempre qualche appropriata citazione, la differenza era che io cercavo di figurare bene, per essere all’altezza della carica e della rappresentanza che avevo e lui le cose le sapeva per lungo studio e vasto sapere. Io poi mi dimenticavo, al solito, e lui no. Anche quando al Museo Piaggio ricevemmo la Regina di Olanda e io tenni il mio discorso in inglese e lui in francese. Solo che lui il francese lo sapeva e io con l’inglese studiato a scuola dovetti ripassarlo, farmi aiutare e passai tutta la notte a cercare di accomodare sintassi e pronuncia e dovetti comunque avanzare le mie scuse all’uditorio e a sua Maestà. Comunque ero contento di quei complimenti, anche quando mi prendeva un po’ in giro.

E anch’io non gli risparmiavo niente. Quando andammo a vedere l’ex magazzino della Piaggio che il Comune comprò e che ora è divenuto la sede del Festival Sete Sois Sete Luas, trovammo tante cose ammassate e dimenticate dal tempo. Fra queste tutte le schede degli operai e impiegati della Piaggio. Conoscendo la sua professione e la sua passione per la documentazione storica, la buttai in politica e gli dissi: di queste schedature “fasciste” facciamo un gran falò! Sapevo già la risposta: ma come bruciarli? Sono documenti importantissimi di tipo sociale e storico di un’epoca! Poi ne ridemmo. Tutto fu catalogato e andò a far parte dell’Archivio storico Antonella Bechi Piaggio. Io però un falò l’avrei fatto davvero. E avrei sbagliato. Vennero da lui e da me diversi ex dipendenti Piaggio, ormai pensionati: erano a conoscenza delle schede che li riguardavano -cosa nota del resto- e volevano vederle. Vennero anche operai che sapevo essere di idee comuniste o socialiste: perché era un vanto, un attestato di fierezza per loro che tutta la vita avevano lavorato e lottato in quella fabbrica, così dannata e amata. Tommaso fece vedere loro le schede e, a taluni che lo richiesero, fece pure le fotocopie.

Poi con Rocco Sabelli, allora A.D. di Piaggio, ci mettemmo d’accordo e nel CdA della Fondazione proponemmo di riversare il tutto su cd e buttare via il cartaceo, “per una questione di recupero di spazio”. Tommaso ci dette dei matti: i cd andavano fatti, ma la documentazione cartacea era essenziale per l’Archivio. Glielo dicemmo che stavamo scherzando, ma l’aveva capito e si limitò ad un’occhiata di commiserazione per i barbari, antistorici e tecnologici che eravamo.

Invece non si trattò di uno scherzo quella volta che nel CdA Tommaso ed io fummo sconfitti e la nostra proposta fu bocciata da Colaninno in persona. Avevamo parlato con Emilio Vitale, il preside della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa: si trattava di istituire a Pontedera, presso la Fondazione, in collaborazione con il Sant’Anna, un corso universitario di designer industriale rivolto al territorio. Era indispensabile per questo l’apporto della Piaggio. Ma Colaninno disse di no. Era memore dei risultati negativi di Ivrea e si oppose: ormai queste cose si muovono su un piano internazionale, sostenne -se non ricordo male- e Sabelli gli fece eco. Così il progetto che Tommaso presentò fu respinto e rimase per sempre nel cassetto dei sogni irrealizzati e idealizzati. Il professor Vitale è scomparso, dopo una lunga assenza dovuta ad un drammatico incidente, Tommaso non c’è più e sono rimasto il solo che credeva in quel progetto e lo ricorda ancora. Penso spesso che le persone migliori se ne vanno e le cose migliori non si fanno.

Ero vicepresidente della Fondazione Piaggio, per il ruolo di sindaco di Pontedera, quando terminò il mio mandato, mi dimisi e Tommaso, a nome del CdA, mi regalò una penna. Una stilografica Mont Blanc, bellissima. Forse sapeva che mi piace scrivere. Per la verità non scrivo con la stilografica, era più da professori o scrittori veri. Ma quella penna la custodisco con cura e con l’affetto che merita sul mio tavolo, l’unico, dove mangio, leggo e scrivo.

Tommaso si ammalò, non parlava dei suoi mali, in seguito seppi che c’erano già stati e si erano riproposti. Non lo vedemmo più, si curava, questo sapevo. Poi un maledetto giorno arrivò la notizia della sua morte. Non pensavo che stesse così male e che dovesse o potesse morire. Mandai un messaggio accorato e disperato sul suo cellulare, per cercare di esprimere il dispiacere e il dolore. Ma le parole non riescono mai. Ero allora presidente di Geofor. Seppi del funerale a Viareggio, la sua città. Avevo già convocato il CdA dell’azienda, c’erano argomenti non rinviabili. Era meglio se li rinviavo. Così andai a visitare il feretro, a rendergli omaggio e poi dovetti rientrare. Mi vennero incontro la moglie e le figlie, avevano letto il messaggio sul cellulare e volevano quasi essere loro a confortare me. Ma io non sono capace di sostenere affetto e dolore e mi ritrassi bruscamente accanto alla bara. Ero commosso, scrissi un ricordo sul libro del commiato con la penna che Tommaso mi aveva regalato e me ne andai. Mi pento per quell’abbraccio mancato con i suoi cari, chissà cosa avranno pensato. Chiedo scusa a distanza di anni. Gli errori che durante la vita si fanno sono tanti. Tante le mancanze. Come quella di Tommaso, il professore, nostro amico per sempre.

Paolo Marconcini

Pontedera, 28 febbraio 2021

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