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Spettacoli martedì 13 luglio 2021 ore 12:12

Un magistrale Toni Servillo chiude Festivaldera

Si è conclusa la rassegna di teatro che ha visto l’alternarsi di celebri attori alle prese con un’unica storia nata dalla penna di Michele Santeramo



PECCIOLI — Un’interpretazione magistrale di Toni Servillo in 'Poco più che persone - Candido' suggella il festival davanti a una tribuna colma di quasi 800 persone. FestiValdera è stato realizzato grazie alla fruttuosa sinergia di Fondazione Peccioliper e Fondazione Teatro della Toscana, con il patrocinio dei Comuni di Peccioli e di Pontedera e con il sostegno di Belvedere spa e Fondazione Pisa. Come sottolineato nei ringraziamenti finali dal direttore artistico Marco D’Amore,”il festival si deve all’impegno dei lavoratori dello spettacolo tornati a lavoro dopo i duri mesi della pandemia. La nostra lode va inoltre allo sforzo sempre più difficile, di chi considera la cultura fonte primaria di nutrimento per la comunità in cui investire.” Dopo Zingaretti, Gifuni, Puccini e D'Amore è stato Servillo a portare in superficie il brandello di verità dell'ultimo dei personaggi le cui vite si sono intrecciate nella storia cardine del festival. E’ arrivato in punta di piedi, vestito di nero, avvolto da una luce bianca, lunare o da ospedale, a risalto del paesaggio dell’Anfiteatro di Legoli, di fatto dentro una discarica che forza di volontà e visionarietà hanno trasformato in un luogo simbolo di resilienza che ha conquistato un posto persino alla Biennale di Venezia. 

Si sente il suono del vento, il garrire dei gabbiani, è il rumore del mare e lo teniamo a mente perché è lì che alla fine torneremo. Sostenuto dalla voce del sax solitario di Marco Zurzolo (si nota l'assenza del piano di Piero de Asmundis), fa il suo ingresso in scena Toni Servillo. Percorre il tappeto di note e parole stese per lui anche dal drammaturgo Michele Santeramo che come ogni sera di questo festival, ha introdotto le sue creazioni, evocandole, chiamandole a raccontare ai testimoni-spettatori, ormai complici, questa straziante storia che ha come protagonista un bambino. Un bambino che cerca invano il suo posto nel mondo mentre noi ci affanniamo a cercare l’unica cosa che ha lui e che invece noi adulti, un giorno di tanto tempo fa, abbiamo perso chissà dove. Salvo, il ‘nostro’ bambino è quell’innocenza: “Vieni, entra non ti preoccupare, siediti se ti va. Come ti chiami? Salvo? Che nome ironico. Adesso lo possiamo dire. Uno con questo nome non ci dovrebbe stare in un posto così. Quanti anni hai? Nove? Bella età. Fino ai diciotto è sopportabile. Poi meglio lasciar perdere. Lo sai cosa ci fai qua?”. Candido, così si chiama il medico di questa storia, l’anello finale di una catena di follia e disperazione che porta alla morte di un bambino al quale lui, Candido, deve togliere il cuore affinché qualcun altro lo possa donare a un altro bambino, 'più meritevole di lui di vivere'. Tutti i personaggi di questa grande storia hanno preso parte attiva: chi lo ha abbandonato dopo averlo generato, chi lo ha accompagnato alla clinica della morte e aveva il potere di salvarlo, chi lo ha materialmente ucciso e avrebbe potuto non farlo. Ma Candido che come tutti gli altri porta un nome di cui non è incarnazione, di bianco ha solo il camice da chirurgo, il più bravo, e l’unica cosa che sa fare è parlare a questo bambino per parlarsi addosso, consolarlo per consolarsi, sollevare il suo dolore per sentire meno il proprio: “Hai paura? Non devi avere paura. Sai cos’è la paura? Ci serve, la paura serve ai vivi per rimanere vivi. Ma a un certo punto di ogni vita, la paura non serve più perché non si può più restare vivi. Quindi non aver paura. Io sono solo un medico, il più bravo e tu non sentirai dolore. Io ti accompagno faccio tutto, ti prenderò il cuore perché serve. Non è di giustizia che si parla. Non c’è cattiveria. C’è necessità, scopo, fine. Tu, innocente, puoi capire. Noi l’innocenza l’abbiamo persa e siamo diventati grandi, tutti noi che adesso abbiamo bisogno di giustificare le nostre azioni.” Una confessione, un rigurgito illuminista residuo nomen omen, percui cui si fa quello che si può ‘per vivere nel migliore dei mondi possibili’ come avrebbe detto Voltaire, il papà di un altro Candido: “La verità deve rimanere”. Lo si ripete molte volte come se ogni volta potesse portare via un po’ di senso di colpa. “Qualche settimana fa ho salvato una vita. Mi sentivo Dio e mentre salutavo benedicendo i resuscitati da me, una ragazzina mi ha detto: ‘Se vuoi rivedere tua figlia, devi venire con me.’ L’ho seguita fin dentro una macchina dove un uomo mi ha mostrato mia figlia dentro un telefono. L’hanno presa mia figlia e hanno messo me qui dentro in questa clinica per prendere il tuo cuore e darlo a qualcuno. Io devo salvare mia figlia. Di’ qualcosa. Di’ che mi capisci.”

Servillo usa un registro attorale dallo spettro ristretto eppure mette in ogni piega espressiva una tale presenza da non lasciare che si perda nemmeno una delle parole di quel flusso che sembra inesauribile, mentre supplica Salvo di perdonarlo, di capire la sua scelta. Poi avviene il passaggio: “Ti disegno un gladiolo sul polso. È un segno. E c’è una poesia che ti lascio: ‘Io vi prometto non moriranno i fiori. Sarà per un respiro di vento, per una lacrima di luce, per uno sguardo incantato, non moriranno mai i fiori. Verrà buio e verrà verrà inferno e verrà ma una mattina verrà una mattina e verrà piena di fiori che splendono sulla risata marcia della miseria. Io vi prometto non moriranno mai i fiori’."

Candido mette in scena un rituale, il culto per colui che si prepara a morire. Sussurrando mentre Salvo si addormenta, gli consegna una poesia al posto di una preghiera e un fiore al posto di una moneta per attraversare l’Ade: “Ora dormi che devo prendere il tuo cuore, con i tuoi sogni dentro. Se puoi perdonami ma io non sono così uomo da lasciar perdere mia figlia. Io sono solo un padre.” E poi come un povero cristo messo in croce si rivolge al suo di Padre: “Padre mio che sei voltato di schiena, ogni tanto voltati, guardaci. Hai preso tu la nostra innocenza? Qui non c’è fine allo schifo. Qui noi strappiamo cuori ai bambini. Guardalo tu Salvo negli occhi, perché io non sono stato capace. Perché ci hai abbandonato?”. Che prezzo ha la vita della figlia di Candido? Che prezzo ha la vita di chi è nato dalla parte sbagliata del mondo? Quanti cuori ancora dovrà prendere? Ora che il corpo vuoto di Salvo giace freddo sotto un lenzuolo bianco, Candido può toccare la sua fronte calda e guardare la quiete accesa dei suoi occhi vivi di una vita che un medico non sa spiegare: “Se solo ora fossi in grado di ridargli la vita così come gliel’ho tolta, come a un pezzo di legno. Ma non siamo all’altezza delle favole. Se potessimo opporre la vita alla morte! Se fossimo uomini innocenti e non adulti…Ma prima o poi questo momento finirà e io non mi ricorderò più nulla. Ora lasciami dormire. Che vengano i sogni.” Ed è la dimensione onirica che porta con sé l’ultimo pezzettino per completare la toccante storia architettata con maestria da Santeramo che qui fa affiorare nella nostra mente il più celebre dei monologhi in cui Amleto come Candido, sprofonda nel dilemma: “Morire, dormire. Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo, perché in quel sonno di morte, quali sogni possano venire dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale, deve farci riflettere. È questo lo scrupolo che dà alla sventura una vita così lunga.” Candido attraverso il sogno ha una visione, quella del pezzettino mancante che aveva lasciato noi testimoni nel dubbio dopo il racconto di Salvo. E’ dalla mente di Candido che nasce il mondo sotterraneo, il paradiso rovesciato in cui ci figuriamo Salvo finalmente salvo e trionfante con la sua tribù di bambini con i polsi tatuati di fiori che spuntano dalle fogne e le cui lacrime di latte inonderanno il mondo di una bianca coltre di luce e purezza e riporteranno sulla terra l’innocenza perduta. Candido cerca conforto nei meandri della sua mente e immagina una catàbasi per Salvo, una discesa nell'aldilà ma non agli inferi bensì verso un paradiso che forse non possiamo più immaginare in cielo e che anche gli antichi già collocavano nel sottosuolo. I Campi Elisi, citati da Omero nel libro IV dell‘Odissea sono paradisiaci campi fioriti, ove la vita di coloro cari agli Dei è finalmente priva di ogni sofferenza. Forse un tempo, “esisteva anche qui un posto dove le persone credevano nella vita. Dove nessuno voleva arrivare chissà dove, perché contava il viaggio, il perdersi dalle strade aperte in campagna giù verso il mare” ma ora non esiste più e noi ‘poco più che persone’ siamo piccoli e basta. Attraverso un albero, un ponte tra il giorno e la notte, la morte e la vita, Salvo e la sua banda di bambini che ‘ci guardano senza giudizio con gli occhi di sangue di ciliegia’, hanno invece oltrepassato i confini della vita in un mondo dove non hanno trovato spazio. E’ là che la storia va a finire, un posto nascosto tra le pieghe del tempo dove vanno a stiparsi palpitanti, i cuori di coloro ai quali abbiamo provato a estirparli. E’ la che tutti ma proprio tutti vogliamo immaginare il nostro bambino, Salvo. 

E mentre l'ombra di Candido è inghiottita dal buio, si accende dietro di lui la luce di SALVO. Neon luminosi formano quel nome attorno al quale abbiamo concentrato tutta la nostra attenzione per settimane e che ora ci accompagna mentre usciamo dal teatro. Adesso conosciamo la sua storia, la portiamo dentro e fuori di noi, siamo i suoi testimoni e confidiamo che faccia quello che si chiede da sempre a una storia, insegnarci a vivere meglio.

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata

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