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Spettacoli giovedì 22 luglio 2021 ore 10:00

Santeramo scrive: 3.La relazione con lo spettatore

Come passeggeri che si incontrano su un treno sempre in viaggio, abbiamo chiesto al drammaturgo Michele Santeramo di parlarci del ruolo dello spettatore nel gioco teatrale



PECCIOLI — Per avviare alla conclusione la nostra miniserie Santeramo scrive, abbiamo chiamato in causa quello che è il palpitante pezzo unico dell’arte teatrale: la relazione che nasce dalla presenza simulatanea di attore e spettatore. Non ci sarebbe teatro, senza. Si può fare cinema, arte e anche scrivere ma non si può avere teatro senza il binomio attore-spettatore live. Insieme costituiscono l’elemento imprescindibile che sostanzia con la propria presenza in sangue e pelle, quello che avviene nello spazio di uno spettacolo. 

Una rappresentazione è di per sé altro dalla realtà e come tale si offre in alternativa ad essa, proponendosi fini esperienziali ad impatto molto diversificato ma con l’intento comune di dire qualcosa a qualcuno. Se non si ha niente da dire o non c’è nessuno ad ascoltare, non si fa teatro e se lo si tenta di fare, è lui che non viene. Chi scrive per la scena da molto tempo come Michele Santeramo, conosce perfettamente la responsabilità che comporta quello che si dice: “Con i testi che ho scritto per FestiValdera e 11Lune affidati ad interpreti di eccezione, ho assunto una responsabilità, ma è anche un vero e proprio onore, che si può sostenere soltanto se si parte dal presupposto che nulla è definitivo e tutto è un continuo divenire.” La natura effimera dello spettacolo teatrale, altro elemento precipuo di quest’arte, rende l’esperienza di uno spettatore tale. Il teatro non conosce riproducibilità tecnica come abbiamo già rimarcato, ogni replica è letteralmente rivissuta da attori e spettatori. Tutte le sere gli spettatori cambiano ma mantengono vivo il proprio indispensabile ruolo come singoli e come parti di una comunità. E gli attori pure, cambiano: pur rimanendo loro stessi, cambiano, poco o tanto, il modo in cui restituiscono il testo a chi li ascolta: “Come ogni volta, per ogni testo che scrivo, anche stavolta sono curioso di sentire come gli attori tradiranno le parole scritte, daranno loro un significato sottile che nemmeno io stesso conosco, useranno pause che approfondiscono il senso, restituiranno sentimenti che devono essere precisi per poter essere accolti dallo spettatore.” 

Chi crea qualcosa, come un testo per il teatro, sa che sarà tradito, non nell’acquisita accezione negativa di stampo evangelico (tradimento di Giuda) bensì in quella più vicina all’origine etimologica di tradĕre ‘consegnare’. Quando creiamo, consegniamo qualcosa e da lì ha inizio un’altra storia. Su questo preciso passaggio, attorno a cui si sono affastellate le più svariate teorie teatrali, Santeramo si esprime con la limpidezza che traspare di consueto dalla sua scrittura: “Questo credo, per me almeno, sia l’obiettivo ultimo di un testo per il teatro: non si tratta di trasferire informazioni, almeno non solo; si tratta di provare a stabilire con lo spettatore un contatto emotivo, di fare alla fine quello che facciamo nelle nostre giornate: usare parole e frasi e azioni per trasferire le nostre emozioni. Questo provo a fare quando scrivo: precisare una emozione e metterla in condivisione con l’attore prima e con lo spettatore poi.”

Quando entriamo in teatro, entriamo in un luogo sacro dove è possibile cogliere l’opportunità di cui parla Santeramo, lasciarla maturare, trascolorare e produrre cambiamento. Non sempre avviene, o meglio, non avviene quasi mai e per molti, quando questo non accade, qualcosa è andato storto. Superare il voyeurismo al quale è stato condannata la persona-spettatore è probabilmente la sfida del teatro ancora oggi. Risvegliarla dal torpore in cui vegeta abitualmente, nascosta dall’apparente vortice di operosità (spesso in formato cellulare), è quello che il teatro si prefigge nella maggioranza dei casi. Assuefatti alla crudeltà che soffoca il nostro quotidiano, siamo diventati abili ‘distratti’, portati a sorvolare la realtà e tutto quello che incontriamo, senza compassione, senza cura. Il teatro, pretendendo la nostra attenzione, ci chiama alla presenza. Quando un attore ci coinvolge come ha fatto Marco D’Amore in “Poco più che persone – Salvo” appellandosi alla nostra complicità nella storia d’amore tra i due bambini, Salvo e Sophie, noi diventiamo parte di quella storia, testimoni e partecipi di quello che sta accadendo: “Eduardo diceva che lo spettatore deve riconoscersi tra i personaggi in commedia: certo non si riferiva ai ruoli che i personaggi ricoprono, più probabilmente si riferiva proprio ai sentimenti di cui i personaggi sono portatori. Sono quei sentimenti che in scena riconosciamo come nostri.” Nessuno di noi è stato venduto dai gentitori per soldi ma tutti siamo stati bambini e conosciamo una forma di abbandono ad esempio o il senso di colpa che attanaglia tutti gli altri personaggi, Greta, Italo, Angelo e Candido. In tutti gli spettacoli di FestiValdera, per attenerci ad un esempio concreto e recente per chi con probabilità ci sta leggendo, abbiamo ascoltato i tormenti dei personaggi e condiviso la loro pena con più o meno empatia ma alla fine, se tutti hanno fatto quel che dovevano, ciò che resta è una domanda. Se chi ha scritto, chi ha detto e chi ha ascoltato hanno fatto teatro, ora almeno una domanda aleggia nello spazio che ancora concediamo ai pensieri. Che sia sulla trama, sul messaggio o sullo spettacolo in sé, è una domanda che ci ri-guarda perché quando andiamo davvero a teatro facciamo l’esperienza di incontrare noi stessi. Una volta di più speriamo, abbiamo colto l’opportunità di quel cambiamento di cui parlavamo all’inizio e il seme che le generose mani di un drammaturgo hanno cosparso in questo luogo magico, forse da qualche parte germoglierà, come l’innocenza dimenticata di un bambino o i fiori della sua poesia.

“La poesia non può salvarsi dalla ‘malattia occidentale’ se non diventando teatro (Antonin Artaud).

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata

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