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martedì 16 ottobre 2018

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

DIZIONARIO MINIMO: Il più pane l’ho mangiato

di Libero Venturi - domenica 22 luglio 2018 ore 07:00

Il più pane l’ho mangiato

“Il più pane l’ho mangiato” è un detto delle nostre parti. Significa tante cose. Si dice quando uno “è vissuto assai”: così ebbero a dire, anzi ad intonare, i Fratelli Bandiera, eroi del Risorgimento, a proposito di chi muore “per la Patria” come fecero loro. Che poi il motto popolare prese tutta un’altra piega e, dalla patria, si indirizzò a favore di una finalità meno nobile e più prosaica.

Tuttavia non così insignificante, visto che il pittore realista Gustave Courbet nel 1866 la raffigurò come “l'origine du monde”. Anche se nessuno la chiama così, nessuno dice: “chi per l’origine del mondo muore, vissuto è assai”. Usano tutti un frasario più volgare, indicando l’organo sessuale femminile.

Forse il comunardo Courbet, a cui le Pussy Riot facevano un baffo, voleva dare scandalo e quale scandalo maggiore che non svelare, nel senso di raffigurare senza veli, la comune origine del genere umano, al di là di patrie e nazioni?

A proposito, in questi giorni se n’è andato lo “Zibo”, al secolo, perché di un altro secolo anche lui era, Vinicio Chesi. Il signor Vinicio Chesi. Era il figlio della “Topa”, così era soprannominata la sua mamma. A quei tempi tutti avevano un soprannome con cui si riconoscevano, a lei era toccato quello. Non sappiamo perché, forse d’inverno portava quel copricapo così chiamato, che però era di foggia e uso maschile. Forse era una donna imponente o era una cosa di famiglia, una tradizione: i soprannomi si tramandavano. La signora Topa faceva la custode agli orinatoi che si trovavano a Pontedera, dietro o accanto alla Palestra Marconcini. Dove ci fu per tanti anni il Circolo Socialista. Lo Zibo invece si chiamava in quel modo, probabilmente per via di un giocatore ungherese di calcio, Zoltán Czibor, che lui ammirava o rammentava o che gli somigliava, il cui nome italianizzato suonava così. Va a sapere. Lo Zibo però era appassionato di basket che a quei tempi si chiamava palla a canestro e fu anche allenatore. Allenò una generazione di cestisti pontederesi. Pane e pallacanestro. Allenò anche me, mi insegnò i fondamentali, il terzo tempo, l’arresto, il palleggio e poi mi detti al calcio, anzi al pallone come si diceva allora. Socialista da sempre, lavorava in fabbrica, apparteneva alla classe operaia. E davanti al Bar La Posta, di cui era assiduo frequentatore, coniò la famosa frase: “Piaggisti metalmeccanici e metà contadini”, alludendo alla provenienza agricola di tanti operai. Lo Zibo, anche detto Zibetti per affetto, non per mole, era un uomo piazzato e di buona statura per i tempi, fu Consigliere Comunale delegato e/o Assessore allo Sport di Pontedera. Non si sposò mai, è morto da solo alla Residenza Sociale Assistita, Margherita Leoncini. In Chiesa, al Villaggio, un pomeriggio di luglio, per le esequie c’era poca gente, mancava anche il coro. Paolino Bertelli, impiegato comunale, ex giocatore e custode di memorie del basket cittadino, all’uscita della Messa, lo ha ricordato leggendo un vecchio articolo di cronaca locale scritto da Luigi Bruni, detto Gino, geologo, scrittore, appassionato cestista scomparso da tempo, che parlava dei ragazzi, allenati dallo Zibo che, tanti anni or sono, si erano fatti onore. Onore a te Vinicio.

“Il più pane l’ho mangiato” nel senso di “sono vissuto assai” si può dire con diverse sfumature. Con atteggiamento di egoismo, sufficienza e indifferenza: il mio l’ho fatto e ora sono cavoli vostri. Ma anche in questo caso non dicono proprio cavoli. Si usa, al plurale, un termine che nella vulgata rappresenta l’equivalente maschile de “l’origine du monde”.

Oppure si può dire con animo disposto alla generosità verso chi viene dopo: ho avuto il mio e ora tocca a voi, da qui in avanti “meno ai padri e più ai figli”. Come sosteneva l’economista Nicola Rossi. Si può anche proferire con presunzione: avete visto cosa sono stato capace di fare? Non mi rompete tanto le scatole. Magari non dicono proprio scatole, ma, coerentemente con la terminologia di cui sopra, vengono indicate più volgarmente le due appendici che fanno da corredo indispensabile all’equivalente maschile de “l’origine du monde”.

All’espressione si può anche dare un verso poetico: “confesso che ho vissuto”. Lo scrisse il poeta Pablo Neruda che, in effetti, ebbe una vita piena e movimentata, segnata dall’amore e dal civismo e stroncata dalla dittatura cilena. Insomma “il più pane l’ho mangiato” assume una valenza plurale di significati che dipendono più da chi lo dice che da quanto pane si è, in effetti, mangiato, da quanta vita si è vissuta e come.

Poi ci sono le variazioni sul tema: “mangiare il pane a ufo”, che non è un pane spaziale perché ufo non viene dall’acronimo inglese, oggetto volante sconosciuto, ma dalle iniziali A.U.F. dell’iscrizione latina “Ad Usum Fabricae” che contrassegnava nel Medioevo i beni, esenti da dazio, destinati alla costruzione delle cattedrali. Così fu per San Pietro e per il Duomo di Milano. Per la costruzione della Cattedrale di Santa Maria del Fiore di Firenze, il materiale proveniente da varie zone della Toscana era marcato con la sigla A.U.F.O che significava “Ad Usum Florentinae Operae” ed era esentasse. Altro che flat tax! E da qui a mangiare a sbafo il passo era breve.

E poi c’è il detto “meglio pane e cipolle”, a significare una vita condotta sobriamente, ma con dignità. “A pane e acqua” quando la sobrietà sconfina, come succede spesso, con la miseria oppure per contrassegnare la pratica e la spiritualità del digiuno, quando non la dura punizione carceraria. “Senza pane è da signori”, disse un amico, di famiglia contadina, invitato a un rinfresco a base di sfiziosi e borghesi spizzichini. È “buono come il pane”, è “un pezzo di pane” si dice di una persona di cuore. Oggi si chiamano con disprezzo “buonisti”. Non sono tempi da spezzare il pane, né di buon pane e companatico.

Il pane, quando c’è, si mangia in tanti modi. Da ragazzi la merenda era pane unto col pomodoro, pane olio e sale. O anche pane, vino e zucchero come “Marcellino pane e vino”, un film spagnolo, religioso e triste del 1955, con Pablito Calvo nei panni del piccolo protagonista, che ci proiettavano all’Oratorio. In Toscana il pane è sciocco per ragioni storiche che hanno a che vedere con le vicende del Granducato. A Dante infatti, una volta esiliato, gli toccò mangiare il pane altrui, che era salato, e fare le scale. Ai tempi dei nostri nonni c’era il pane rustico, poco raffinato, che era quello che costava meno. Anche oggi ci sono i pani integrali perché vanno di moda, sono indicati dai dietologi e costano di più. È il benessere. Tutto gira. Anche le sunnominate appendici che fanno da corredo indispensabile all’equivalente maschile de “l’origine du monde”. E, in omaggio a Courbet, possiamo citare la baguette. I francesi la portano sotto l’ascella e questa cosa a me richiama, in maniera irriverente, l’immagine del sudore per il pane che invece è una cosa seria.

Io non uso molto l’espressione “il più pane l’ho mangiato”, anche se alla mia età un po’ di pane ne ho masticato, anche amore e fantasia, ma non così da essermene saziato. E, col pane, pure un po’ di veleno ho buttato giù, ma non tanto da risultare mitridatizzato. Coliti e gastriti non mi sono state risparmiate. Uso quella frase per un senso di arrendevole stanchezza oppure quando mi prende la malinconia del futuro. E sento insieme la povertà e lo scialo della vita per cui ho avuto o finto distrazione. Invece bisognerebbe approfittare della vita. Farne tesoro. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 22 Luglio 2018

Libero Venturi

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