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venerdì 27 novembre 2020

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

Pensieri per dopo

di Libero Venturi - domenica 29 marzo 2020 ore 07:30

Per quando tutto questo sarà passato, la nostra discesa nell’inferno del virus sarà finita e torneremo finalmente «a riveder le stelle». Poi, come nella Divina Commedia, ci sarà il Purgatorio e -c’è chi ci crede- addirittura il Paradiso. Sempre di vedere le stelle, nel bene e nel male, comunque si tratta. Ogni canto della Commedia finisce con quella parola. Stelle. I pensieri che seguono sono un disordinato riassunto di riflessioni, ora per allora.

Questa pandemia non è stata solo un’epidemia mondiale, diffusa in tutto il mondo con l’esclusione dell’Antartide e di Ferrera Erbognone. È stata la prima pandemia globale. Una pandemia diffusasi per la prima volta in un mondo globalizzato e in modo globale. Cioè in maniera rapida e rapidamente diffusa su tutto il pianeta.

Soprattutto è stata la prima pandemia in un mondo collegato e perfino “dominato” dalla rete di comunicazione che ha trasmesso e diffuso in tempo reale i numeri del contagio, illustrandone e amplificandone la portata. Tutto questo insieme a fake news di bischeri complottisti, che anche persone per bene, involontariamente o meno, contribuiscono a diffondere. E, per l’amor di Dio, qualcuno pettini un po’ meglio la bravissima inviata della tivvù Giovanna Botteri!

È la prima volta che, pur in tempi diversi, i vari paesi del mondo hanno risposto ad una pandemia cercando di limitarne contagio e mortalità. E questo ha messo in luce lo stato di avanzamento e di progresso della scienza medica, insieme ai suoi ritardi e alle sue inadeguatezze, anche basate sulla diseguale distribuzione delle risorse a scala planetaria. Gli uomini comunque non si arrendono alla morte.

Nello stesso tempo questo proponimento è divenuto abnorme e, al di là del naturale attaccamento alla vita, ha messo in evidenza l’incapacità di noi esseri umani di concepire la fine dell’esistenza come un fatto, ahimè, naturale da mettere nel conto della vita stessa. Noi uomini pretenderemmo, oltre ogni limite, misura e costo, che la vita non si arrendesse.

Oltretutto noi modifichiamo la Natura e spesso arrechiamo danni alla Terra, al clima del pianeta e non concepiamo che la Natura possa creare un danno a noi. La differenza tra noi e la Natura è che noi deliberatamente interveniamo a trasformare e anche a compromettere l’ecosistema, spesso e volentieri facendolo in nome del progresso o meglio di un suo malinteso senso. La Natura invece fa il suo corso, indifferente a noi, ed è fatta di meraviglie creative e di virus distruttivi e tutto, evolvendo, concorre alla sua essenza e alla sua trasformazione. Potremmo dire che è come per la vita degli uomini che prosegue tra il bene e il male, di cui probabilmente siamo fatti, ma è cosa assai diversa perché questo negli uomini presuppone un arbitrio, più o meno libero. Nella Natura invece tutto è naturale. Tutto ciò che non sia da noi determinato o causato. L’epoca geologica in cui viviamo è stata, non a caso, ribattezzata Antropocene, che vuol dire era recente, caratterizzata dall’uomo.

L’influenza da Covid-19 forse sarà la pandemia che avrà avuto più rapida diffusione nel mondo, ma probabilmente -speriamo- non sarà quella che ha mietuto più vittime. Però sarà la prima che abbiamo chiamato “guerra”, quasi per giustificare le misure di limitazione della libertà imposte per contrastare il virus: il “lockdown”, che vuol dire confinamento, e il “distanziamento sociale”. Che non è un coprifuoco che qualcuno ha pure invocato. C’è anche chi, richiamandosi ad uno stato di guerra, ha parlato della necessità di pieni poteri, perfino di dittatura. Fare come in Cina. Quando di dittature, anche perché ne abbiamo disastrosamente sperimentata una, sarebbe bene non farsi venire più voglia. Mai. «Or ti piaccia gradir la sua venuta:/ libertà va cercando, ch’è sì cara,/ come sa chi per lei vita rifiuta». Ma è lecito porci il dubbio sul limite della libertà? Personalmente direi di sì, ma non per opporci alle misure del governo che si giustificano in nome della tutela della salute pubblica e introducono il concetto di libertà come bene comune. Possiamo e forse dobbiamo farlo come cautela in una società in cui cresce la richiesta di uomini e poteri forti. Perché non si sa mai. Piuttosto sarebbe bene, semmai, attendere alla ricerca di un coretto equilibrio tra libertà come bene privato e come bene comune: in questo quadro nemmeno la libertà può essere illimitata e indefinita. La mia ha un limite, ad esempio, al confine della libertà dell’altro, cosicché tutti e due, insieme, possiamo essere liberi. E forse nella nostra Costituzione sarebbe necessario introdurre il concetto di “emergenza” per regolare, nell’eventualità, chi e come, dei vari poteri dello Stato, deve legittimamente governarla. «Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?»

In Italia, il «bel paese là dove 'l sì suona», è stata la prima volta che un’emergenza viene affrontata con DPCM, Decreti del Presidente del Consiglio, e non, più collegialmente, con Decreti Legge del Parlamento i cui rappresentanti sono rimasti più defilati, quando invece avrebbero dovuto essere in prima linea, così come lo sono stati i medici e il personale pubblico sanitario, la protezione civile e le forze dell’ordine. Forse anche per i parlamentari potrebbe essere, in via straordinaria, introdotto lo “smart working”. Nel loro caso lo “smart voting”, sperando che sia davvero smart.

In questo quadro è stata la prima pandemia in cui si è necessariamente alterato il rapporto privacy-salute. In diversi paesi, per la ricerca della diffusione del contagio, si è fatto anche ricorso a sistemi di identificazione informatica, tramite i cellulari ad esempio, aprendo la strada al riconoscimento facciale, rispetto a cui il “grande fratello” è una “bucciata di co’omero”. E temo che la sua applicazione sia già su un terreno avanzato. Su tutto questo, dopo l’emergenza, converrà riflettere per introdurre cautele e garanzie. Il tema apre tra l’altro un difficile confronto pubblico/privato che andrebbe regolato assai meglio.

Questa sarà la prima pandemia in cui ci siamo sentiti uniti, pur divisi gli uni dagli altri. Distanziati negli affetti, nelle amicizie, perfino nei rapporti familiari. E, purtroppo, la prima dove i morenti sono stati lasciati senza il conforto dei propri cari nell’ora più difficile ed estrema della loro vita. Morire soli. Nudi. Vietate pure le esequie funebri, le cerimonie del commiato. Il lutto da rielaborare nel chiuso privato e non nel calore della comunità. File di camionette militari che portano via i feretri per essere bruciati o sepolti lontano. Altrove. Mai avvenuto per nessuna delle influenze virali, similmente terribili, che hanno colpito il mondo. Bisogna andare alla grande peste del XIV secolo per rievocare uno scenario simile. Il culto dei morti e ciò che ci rende umani, ci differenzia dalle altre specie animali.

È stato giusto scegliere di chiudere tutto? Si poteva fare diversamente? Si dovevano chiudere, anche le attività produttive? Non è in discussione il fatto che la salute sia al primo posto. Ma è lecito ancora dire che al secondo posto -ognuno stabilisca in base al proprio bisogno con quale distacco- venga il lavoro? Che è cosa già diversa da chiedere di salvaguardare, per quanto possibile, l’economia. Ed ha ancora qualche senso chiedersi pure di cosa si campa, il paese come ognuno di noi? Tutto ciò, si badi bene, è diversissimo dal “preoccuparsi” di garantire profitti. Che pure c’è chi fa nelle epidemie, come nelle guerre.

In realtà questa pandemia fa emergere ancor di più una contraddizione, anzi due, che però sono due facce della stessa medaglia: il contrasto tra salute e lavoro e quello tra ambiente e produzione/crescita e, in ultima istanza, ancora lavoro. Dobbiamo tra l’altro a chi ha continuato a lavorare durante la pandemia la coesione e la sopravvivenza fisica e sociale della comunità. Su questo, sulla possibilità di sciogliere la contraddizione ambiente/salute/lavoro, dovremmo lavorare dopo, e non solo in Italia.

Questa è la prima pandemia che ci ha fatto capire che la sanità pubblica è decisiva per la salute di un paese, al netto delle critiche motivate, ma anche delle litanie interessate sulla malasanità. Il che non vuol dire che in un mondo moderno non ci possano essere lecite integrazioni con il privato nel quadro del servizio pubblico. La speranza è che si sia capito che intervenire sul territorio in materia sanitaria, non deve assolutamente significare ridurre i presidi ospedalieri, strutture e attrezzature per la rianimazione comprese, come invece è stato fatto in questi ultimi tempi.

È la prima pandemia che ha fatto saltare, sospendere, la Convenzione di Schenghen, che durava dal 1990 e risaliva al Trattato del 1985, per la libera circolazione e l’apertura delle frontiere: i virus non si fermano alle frontiere, ma gli uomini che li portano sì. L’emergenza sembra giustificare tutto: siamo in guerra. Però nazionalismi e sovranismi, frontiere e dogane comprese, non risolvono il problema sanitario, una politica comune in materia, semmai, potrebbe farlo. E se, invece di una confederazione di Stati, fossimo gli Stati Uniti d’Europa, non ci saremmo comportati così e avremmo avuto una linea comune in materia sanitaria. Gli USA infatti ragionano, bene o male, come un sol paese.

È anche la prima pandemia che ha fatto saltare, sospendere, il Patto di stabilità e crescita che durava dal 1997. Si chiama così: “Patto di stabilità e crescita” ed è stato anche necessario, ma, cronicizzato, ha determinato anni di eccessivo rigorismo immobilista. Penalizzante per molti paesi. Il virus ha bypassato tutto questo: in guerra a difesa della salute è divenuto giusto spendere anche ciò che in pace non era ritenuto lecito. Occorrerà però capire come rientrare da una misura di “deficit spending” che, con buona pace di Keynes, se spinto all’estremo e se non ci saranno strumenti finanziari favorevoli, predisposti ad hoc, potrà risultare eccessivo per un Paese come il nostro, più debole a livello economico e produttivo, nonché già pesantemente indebitato e, per giunta, con alti tassi di evasione ed elusione fiscale che contribuiscono a determinare un sistema tributario sperequato.

È stata anche la prima volta che in Italia viene utilizzato il telelavoro, lo “smart working”, in un Paese dove l’introduzione dell’informatica non ha eliminato la burocrazia, ma ha sovrapposto i procedimenti informatici a quelli tradizionali cartacei, aumentando e non sfoltendo i procedimenti burocratici. Gli esiti hanno messo in luce un grave ritardo, a livello pubblico e privato, su cui occorrerà seriamente recuperare. Sopratutto per la scuola, l’Università, l’istruzione. Ma bisogna superare il “digital divide”: non tutti possono permettersi i costi delle nuove tecnologie informatiche.

Infine per tutti noi che siamo «in piccioletta barca, desiderosi d’ascoltar» questa pandemia è stata la prima a farci riflettere, a livello di paese e oltre, sugli stili di vita, sul sistema socio economico e sul rapporto di questo con l’ecosistema. Si dice che non saremo più gli stessi, che cambierà perfino il capitalismo. Muterà lo stesso rapporto pubblico privato. E c’è da augurarsi che ciò avvenga nel senso della valorizzazione della missione sociale dell’impresa e di una nuova interazione sociale tra pubblico e privato, nel quadro della dimensione pubblica, alla ricerca di equilibri più avanzati di giustizia e di equità. E non per livellare o riportare indietro, bensì per promuovere e progredire. Tutto sarà diverso, dicono. Ci viene chiesta audacia. Personalmente -da pessimista leopardiano/montaliano pur di sinistra e antimoderno pur progressista- penso invece che torneremo come prima, non so quanto migliori. Sarà già tanto che l’Europa resista e si ritrovi e noi rialzare la testa -ciò che credo faremo- per riuscire ad essere meno poveri, meno deboli, meno indebitati di come siamo. E almeno non più diseguali di adesso. Bisognerà aiutare i poveri, coloro che rischiano il lavoro e la casa, quelli che non ce la fanno. Due mali, spesso collegati, assillano il nostro mondo: come trattiamo gli uomini e come trattiamo la Terra. Tuttavia il pessimismo di quella poca intelligenza che ho e che mi resta, non esclude l’ottimismo di quella residua volontà che ancora mi sostiene. E, al di là dell’insulsa e vanesia notazione personale, l’importante sarebbe che ciò riguardasse ognuno di noi. E tutti noi, insieme. Più o meno audaci. Anche se è vero che “audaces fortuna iuvat”. Ma fa troppo D’Annunzio, per i miei gusti. Che poi sarebbe “audentis”, Eneide. Di Virgilio, quello che accompagnava e guidava Dante. Buona domenica e buona fortuna.

Libero Venturi

Pontedera, 29 Marzo 2020

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Il 25 Marzo è stata la giornata designata per celebrare la figura di Dante, nella data indicata come inizio del suo viaggio letterario e allegorico nell’oltretomba. Le brevi citazioni virgolettate in corsivo sono dalla Divina Commedia, nell’ordine: Inferno canto XXXIV, Purgatorio canto I e canto XVI, Inferno canto XXXIII, Paradiso canto II.

Libero Venturi

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