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martedì 14 agosto 2018

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Gastone - Quisaz

di Marco Celati - martedì 27 marzo 2018 ore 07:15

Eravamo tornati alla Bellaria, in un appartamento di una serie di case costruite con una cooperativa a proprietà indivisa. La nonna Crelia visse più a lungo del nonno Gasto, ricamava corredi, mi mandava sul Piazzone a comprare i matassini Dmc e i disegni per i ricami su carta velina. Ci faceva da mangiare. La mamma lavorava in farmacia e in casa pensava alle pulizie: quando usciva dal lavoro, all’ora di pranzo e prima di ripartire, finché la salute glielo consentì, tutti i giorni passava il cencio in terra. La nonna cuoceva la pasta per il babbo che tornava dalla Piaggio, in bicicletta, al mezzogiorno e mezzo e noi, che arrivavamo più tardi da scuola, la trovavamo nella scodella con un piatto sopra. In sala le sedie ebbero a lungo il rivestimento di nailon di quando erano state comprate. Per gli ospiti. Ma non ospitavamo mai nessuno e il tinello rimaneva sempre vuoto. La vita si svolgeva in cucina, intorno al tavolo di formica rossa, che alla fine, una sorella e tre fratelli, non ci conteneva più. Solo una volta l’anno per Natale o la Befana si ospitavano i parenti e si riunivano, in sala, i nostri familiari. A volte d’estate ci andavo a studiare, c’era più fresco e silenzio. Ci preparai la maturità al liceo, nel sessantotto, reduce dalle lotte studentesche e le prime occupazioni. Buffo il rapporto dei numeri e degli anni con il tempo: ho fatto, così si dice, il sessantotto e quest’anno ne faccio sessantotto, da ex sessantottino a sessantottenne. Bella storia!

Diversamente dal babbo e dal nonno Gastone io non ho mai fumato in vita mia, eppure soffro di bronchite. Quando Nicola fregò due sigarette a suo padre, che aveva un negozio di articoli sportivi, e provammo a fumarle dietro la villa in costruzione del Nardini, due boccate mi fecero solo tossire e quasi vomitare. E per me l’avventura finì lì. Il mio amico invece proseguì, a lui piacque. Però non fu questo a separarci, la morte se lo portò via appena fu uomo. Ma anche la vita ci aveva già diviso. Di diverso con il mio babbo non ci furono solo le sigarette. Lui era cattolico e democristiano io, dopo gli esordi da credente, divenni comunista e ateo. Mi riunii al pensiero e al credo del ramo materno della famiglia, dei miei zii comunisti di Fordelponte, che anzi pensavo si fossero piuttosto imborghesiti, al seguito di un revisionismo moderato.

Quando studiavo a Firenze davo una mano nel bar dello zio ‘Svaldo, Osvaldo, uno dei fratelli di mia madre. Il più grande. Si era sposato con la zia Anna il cui padre, suo suocero, aveva un bar piccolo, ma ben avviato a Firenze, dietro Piazza della Signoria. Lo zio era operaio alla Piaggio, sindacalista e comunista, si licenziò e rilevò il bar. Mi ospitarono a Firenze per un po’ durante gli anni dell’Università. “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno” era scritto in un cartello dietro la cassa. Osvaldo, nel suo bar, lavorava più che alla Piaggio, dalla mattina presto fino alla sera, tutti giorni che Dio mandava in Terra, Domenica compresa. Quando i regolamenti comunali disposero il giorno di chiusura festivo, i primi tempi passava la Domenica alla finestra in casa, sulla piazzetta sopra la bottega, a controllare se anche il bar concorrente restava chiuso. Una volta prese per il petto un cliente e lo sbatté fuori del negozio. Non hai visto? Aveva una catena al collo con una svastica! Mi disse. Era, come i suoi fratelli, un interista, ma un tantino più nervoso. La Domenica ascoltava la radiolina, una volta che la sua squadra perdeva, dalla rabbia si strappò la camicia di dosso, come l’incredibile Hulk, soltanto non verde. Un’altra volta dette un pugno al transistor e lo fece in mille pezzi. Io tifavo viola ed eravamo a Firenze, ma mi guardavo bene dal dirglielo. Ero barista e poi, quando presi con altri studenti una casa in affitto in Via de’ Servi, fui cameriere, i fine settimana, nel ristorante pizzeria “Da Clara”, dietro la Nazione. Servivo Enzo Tortora e i giocatori della Fiorentina. Si lavorava fino a tardi e dopo una cert’ora arrivava una fauna variopinta di signore belle e di dubbia identità. Avevo una giacca bianca e un fiocchino nero e mi veniva a mente il nonno Gastone, che era stato cameriere da Pitschen. Quando mi vergognavo pensavo che, in fondo, ero un privilegiato, un figlio d’arte.

Me ne ero andato da casa, rincorrendo la vita e ora sono rimasto l’unico che può ricordarsi queste cose, queste storie senza valore o memoria. Ero il primogenito: sorella e fratelli erano venuti dopo e il nonno Gastone non l’avevano nemmeno conosciuto. Di chi sono le storie, allora? Chissà. Forse solo di chi le ricorda o le vuol ricordare. Nonni, genitori, amici non sono più, il tempo se li è presi. Il tempo e il mondo. Il mondo spezza tutti quanti e, dopo, molti sono più forti nei punti di rottura, diceva Hemingway. Ma chissà se è vero. Del resto aggiungeva che quelli che non spezza li uccide: i più buoni e gentili o i più coraggiosi. E uccide anche coloro che non sono fra questi, ma loro senza una particolare premura. Lui poi si sparò un colpo di fucile.

Avrei voluto fare Lettere o Filosofia, a Pisa, ma ero bravo a disegnare e così mi ero iscritto ad Architettura, a Firenze, su consiglio che mi dette, alla maturità, il professore di educazione artistica, un valente pittore. È incredibile come, nell’incertezza e per le scelte più importanti della vita, si dia retta a chi meno conosci o ti conosce. Dopo ventisette esami mollai, erano trentatré per la laurea. La politica, la famiglia, il lavoro e l’arrendevole consapevolezza che non ce l’avrei fatta: non ero figlio d’arte come molti compagni di corso con i padri professionisti e mancavo di disciplina. Le campestri, l’atletica, il calcio, nuotare, avevano rafforzato il carattere e la volontà, ma non così tanto. Le campestri ed il nuoto la solitudine. Così rinunciai a divenire architetto, alla triste compostezza delle forme classiche, delle cose serie ed avviai una disastrosa gestione della vita. Forse avrei dovuto seguire il mio istinto, andare a Lettere. Oggi queste storie senza senso, almeno le avrei scritte meglio. Ho fatto anche cose importanti e commesso errori. Niente che non passi, come tutto. Ma su tutto prevale il senso di una resa invincibile. E “di tutto resta un poco”, è un verso di Carlos Drummond de Andrade e un libro su Tabucchi. Ma questo vale solo per i grandi. Di noi non resta “un” poco, resterà poco o niente. Solo onore e disonore e la dignità di vivere. Allora forse le storie sono per chi verrà, forse si scrivono perché la vita non basta, perché qualcosa resti dopo di noi, che non sia proprio niente.

Perché in questo posto non succede mai niente, voi dovete andare dove vi porta il mondo, avrei voluto dire ai miei figli, ma amo la mia città, i miei posti, sono pigro e stanziale e poi “un paese ci vuole”. Speriamo trovino da soli la strada per la loro vita e per il loro futuro, anche in tempi che sembrano negarlo.

E che dire dell’amore? Tutto e niente. Si può solo intonare, canticchiando, “Chisáz, chisáz, chisáz”. Fa così: “Siempre que te pregunto que cuándo, cómo y dónde, tú siempre me respondes: quizás, quizás, quizás. Y así pasan los días, y yo desesperando, y tú, tú contestando: quizás, quizás, quizás. Estás perdiendo el tiempo, pensando, pensando, por lo que más tú quieras: hasta cuándo, hasta cuándo”. Chisáz. Yo estoy perdiendo el tiempo. Silencio. Meglio.

Tornando al Camposanto dopo un po’ di anni non ho più trovato la tomba del nonno Gasto, né della Crelia, né dei nonni materni, Lisa e Amberto. È trascorso tanto tempo, ormai. Resiste, non so ancora per quanto, quella dei miei genitori. Anche le tombe di amici morti in giovane età non ci sono più. “M’hanno rimasto solo”, come diceva Gassman in quel film. I nostri cari forse ormai saranno poveri resti in qualche ossario dimenticato. Giacciono nel tempo e nel silenzio. Le loro immagini sono sparite e anch’io fatico a richiamarle in memoria. O forse sono io che non li trovo più, i miei morti, che non li ho più cercati, li ho dimenticati vivendo. Eppure l’uomo è più della bestia anche per il culto dei morti. Ma la mente diviene cieca con il tempo e così gli occhi: “gli dei accecano coloro che vogliono distruggere”, dicevano gli antichi greci. Ma non sono mica gli dei.

Si dorme per dimenticare il giorno e quando ti svegli e non riesci più a dormire, hai paura di guardare a che punto è ancora la notte. Chissà.

Fine

Marco Celati

Pontedera, Febbraio 2018

La citazione di Ernest Hemingway è da “Addio alle armi”, ripresa, per gli appassionati, anche nel film “Il colpo-Analisi di una rapina” (Croupier) di Mike Hodges, GB 1998, con Clive Owen.

“In questo posto non succede mai niente, tu devi andare dove ti porta la tua vita” è da “Ragazze vincenti” (A League of Their Own), un filmetto di Penny Marshall, USA 1992, con Geena Davis, Tom Hanks e Madonna.

Quizás, quizás, quizás” è una nota canzone del compositore cubano Osvaldo Farres, struggente nell’esecuzione di Ibrahim Ferrer & Omara Portuondo.

La battuta di Vittorio Gassman è dal film “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy, Italia1959. “Un paese ci vuole” è Pavese e, forse, “a che punto è la notte” è Fruttero e Lucentini, anzi, senz’altro, che poi è la Bibbia, Isaia “custos, quid de nocte?” o “quid noctis?” Ma è venuto così, senza pensarci. Allora anche “il segno di una resa invincibile”, ora che ricordo, è Andrea Pazienza. Siamo ciò che apprendiamo. Siamo ciò che leggiamo.

I miei morti ci sono al cimitero, stanno dove sono sempre stati. Mia sorella Licia, custode di casa e di memorie, me l’ha indicati. La giacca del nonno Gastone è nera, non bianca. “Per colpa di qualcuno non si fa credito a nessuno” non c’era scritto nel bar di mio zio Osvaldo che, anzi, è un uomo generoso; quel cartello è scritto nel bar del nuovo impianto sportivo di Fordelponte, il quartiere dei miei familiari. Lo scrittore, non meno del poeta, è un fingitore. E questo, tranne il fatto che non sono né scrittore né poeta, di sicuro e ancora una volta, è Pessoa.

Marco Celati

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