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martedì 30 agosto 2016

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga.

La monotonia nel tango argentino

di Maria Caruso - domenica 17 gennaio 2016 ore 07:00

In questi giorni mi sto chiedendo se è possibile annoiarsi durante una serata in milonga. Per l’appunto la noia è quello stato d’insoddisfazione temporanea o duratura che deriva dal fare sempre le stesse cose o comunque nell’avere stimoli che si reputano meno confacenti alle proprie inclinazioni e capacità. 

Tutti i tangheri a un certo punto della loro esistenza possono sentire la monotonia nello stare accanto a questo compagno fatto soprattutto di sensi. La noia ci porta a essere scontenti di noi stessi, a essere inquieti spiritualmente ed a non trovare pace in nessuna delle milonghe frequentate e tutto questo può accadere per diversi motivi. 

Per esempio quando ci sembra di non progredire nel nostro imparare a ballare perdiamo motivazione e quindi interesse (quando la volpe non arriva all’uva, ovviamente è l’acino a essere acerbo). Possiamo inoltre attraversare un momento della nostra vita poco felice e quindi versare nel tango le nostre “amargure” che ben si vedono purtroppo, poiché generalmente, balli meno rispetto al tuo standard. Oppure andare nei posti dove sei sempre stato con la persona del cuore che non c’è più per i motivi più svariati, ti può creare qualche momento nostalgico specie se quando il suono emesso dalle casse acustiche intona il vostro brano preferito. 

Altra spiegazione è da ricercarsi nei comportamenti delle persone presenti in sala. Generalmente arrivi sul posto, saluti qualche faccia nota (quasi tutti), ti siedi dove trovi posto se non hai già prenotato, ti togli le scarpe e i calzini se inverno, indossi quelle da ballo e osservi i presenti: i soliti ballano con le solite e le solite mirano i soliti (che barba, che noia). Se è vero che con il possesso svanisce ogni attrattiva e che il desiderio rinasce in forma nuova altrimenti si ritorna a essere tristi e vuoti, perché ballare sempre con le stesse persone?. 

Il tango dovrebbe essere Don Giovanni per definizione, dove il cavaliere spagnolo prototipo della libertà non si lega a nessuno in particolare, perché non vuole scegliere e invece seduce, vivendo nell’attimo unicamente della novità del piacere optando sempre per qualcuno di diverso con cui ballare. La medaglia ha il suo rovescio ovviamente poiché chi invece non vuole scegliere dedicandosi solo al piacere cade ben presto nella noia e nell’indifferenza da parte degli altri perché ballando con persone sempre nuove, egli potrebbe percepire la disperazione e il terrore del vuoto del non essere altro che niente o almeno “niente” per nessuno in particolare (non sei il preferito/a di nessuno/a) e quindi l’ego di conseguenza ne soffre. 

L’idea che mai, uno dei presenti (uomo o donna che hai rivisto centinaia di volte), t’inviterà per una tanda, anche se questo non è argomento di vita o di morte, ti porta a una lecita domanda: “Perché?”. Se è vero che il tango è spontaneità, gioco, gusto di muovere i piedi a passo di note melodiose ma che però non tutti t’ispirano in tal senso e viceversa, qualche volta ballare con qualcuno con cui non avevi mai pensato di farlo non ti farà venire una malattia grave o un infarto improvviso, quindi potresti provare perché credimi, è del tutto innocuo e talvolta anzi può essere invece foriero di qualche piacevole sorpresa. Se così non fosse, non avresti perso niente in ogni caso ma semmai acquisiresti la consapevolezza di non voler più ballare con la lei o con il lui in questione. 

Ecco anche perché i tangheri spesso vanno “fuori zona” per vedere facce nuove e provare esperienze diverse e arricchire il personale bagaglio esperienziale. Quando allora balli con lo “straniero” si capisce che non importa saper parlare un’altra lingua per intendersi. Comprendi l’importanza dei codici di comportamento, percepisci e intuisci cosa i corpi stessi si dicono e come disegnano un linguaggio con i soli gesti e gli sguardi trasmettendo a te stesso/a e all’altro/a il piacere o il disappunto provato in quel momento. 

Ogni tanda è unica e non ripetibile così come tutti i ballerini sono esclusivi nella loro individualità e cambiano peraltro ogni volta che li ritrovi. Non è detto che la magia provata la prima volta che si è ballato si ripeta così come non è scontato che non ci si possa trovare bene alle successive esperienze, specie se siamo troppo emotivi caratterialmente. Da tutto ciò deduciamo che è vero tutto e il contrario di tutto e che quanto detto sopra non è vero ma può esserlo. Nel tanghero rimarrà sempre il dubbio, come nel lettore nel comprendere, se è o non è così. 

Il tango certamente è una filosofia poiché come dimostrato, ci consente di giocarci sia con i piedi sia con il pensiero sia con lo scriverci sopra cosa più ci pare e piace. E’ sempre una questione di gusti e di opinioni del tutto personali ma che, come ben sappiamo, possono sempre cambiare perché di per se l’uomo è volubile, figuriamoci il tanghero (intendo anche la donna ovviamente). Unica verità e certezza è che il protagonista di tutte le nostre vicissitudini rimane esclusivamente il Tango in tutte le sue forme e con tutte le sue sfaccettature. Il tango vive e vivrà in eterno anche senza di noi poveri mortali tangheri che siamo solo pedine nella scacchiera milonguera dove si gioca e si balla come fanti in una partita a scacchi senza possederne il re.

Maria Caruso

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