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venerdì 26 agosto 2016

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga.

Le sartorie nel tango argentino

di Maria Caruso - sabato 12 dicembre 2015 ore 07:00

Le sartorie del tango argentino, sono luoghi in cui sono realizzati gli abiti quale arte stessa del creare un abbigliamento su misura con perizia artigianale, rappresentate da laboratori (milongas) veri e propri dove si creano abiti “a misura d’uomo o di donna”. Di solito vi lavorano diversi sarti (tangheri che frequentano le milongue) insieme ai loro aiutanti detti piccinine (amici, gruppi, coppie). La lavorazione dei capi o le modifiche personalizzate effettuate su tutti i presenti inizia fin dalle prime tande. Le fasi di tale arte sono cinque. 

Per prima cosa il titolare della sartoria sceglie la stoffa cioè il tanghero o la tanghera su cui confezionare qualcosa. Se si è alle prime armi, i vestiti confezionati (cioè le critiche) sono tutti molto belli poiché egli non è ancora in grado di vedere alcuna differenza di stile e di bravura nei presenti pertanto si limita solo a considerare aspetti non inerenti al tango quali il vestito indossato, l’espressione del viso, la simpatia, ecc. Più diventa esperto “sarto” più sceglie una stoffa pregiata poiché non ha più paura di sciuparla a parlar male. Nota positiva per i sarti è la loro abbondante creatività poiché altrimenti non potrebbero fare questo mestiere. 

Sarebbe utile che il sarto, però si lavasse la bocca prima di parlare (come si fa con le stoffe prima di usarle) o almeno guardare cosa sa fare per primo lui, prima di sparare a zero. La seconda fase prevede la scelta del modello che vuole realizzare e qui dipende molto se conosce già o no il soggetto da vestire oppure se ha simpatia o antipatia per lui/lei, pertanto il modello può essere bello (giudizio positivo) oppure brutto (giudizio negativo). Opportuno sarebbe prendere inoltre sempre le misure (terza fase) dell’esaminato/a con il metro (ballo di prova) per essere più preciso nel confezionare il vestito su misura e pertanto se riesce a ballarci, allora è fatta e non lo ferma più nessuno. Di ritorno gli aiutanti sartoriali sono tutti a chiedere: “Com’era?”. “Come ti sei trovato/a?”. 

Comincia così la fase del cucito vero e proprio (quarta fase). Il cliente è steso sul tavolo e tagliato in più parti, seguendo un’idea di come dovrà essere alla fine del lavoro. La sagoma del vestito a questo punto è pronta ma se l’abito prevede anche le maniche, queste vanno tagliate a parte, aggiungendo un particolare personale del soggetto. L’imbastitura è molto importante per i lavoratori meno esperti poiché non è una cucitura vera e propria ma una sorta di prova per cui se si cambia idea o se le misure erano state prese male si può porre ancora rimedio. Il punto d’elezione è lo zig-zag e, infatti, chi è dell’ambiente sa che non tutti hanno lo stesso parere sul malcapitato/a e quindi si va un po’ nel bene e un po’ nel male ad eccezioni di quelli in cui si fa il “rata punto” (termine siciliano che indica il punto di cucitura fatto a macchina) dove si tira dritto senza via di scampo. 

La quinta fase è rappresentata dalle rifiniture perciò è doveroso fare l’orlo e quindi si parla della lunghezza della chiacchiera che non dura generalmente molto per cui i vestiti sono tutti molto corti come a dire finita la cortina finita, la festa. Il punta spilli cioè il cuscinetto imbottito che seve a contenere gli spilli è sempre a disposizione di tutti quelli che vogliono fare qualche appunto in ogni momento, ovviamente. Qualcuno attacca bottone senza sapere cosa pensano gli altri dal punto di vista tanguero ma non sempre trovano l’asola giusta con cui far pareja. Il colletto invece generalmente è avvolgente quando il sarto ci da dentro a sparlare ma non di meno lo è la scollatura assumendo forme diverse dipendenti dal sesso dell’abito e non solo in senso figurato. Se poi parla dei maestri, allora il doppio petto è certamente l’abito più adatto da confezionare anche se anche qui qualche lavoratore tenta di cucirlo di sbieco perché magari invidioso. 

Qualche volta infine può rifinire il vestito tornando in macchina in fin di serata, durante il viaggio di ritorno, quando il gruppo aggiunge qualche “perla”, “pizzo” o qualche “cerniera” per abbellire o imbruttire il vestito stesso. Vi posso assicurare che gli aghi di forma allungata e appuntita uniscono molto bene lingua e cervello andando a pungere il poveretto/a più punti senza risparmiare nessuno. Insomma alla fine tutti hanno un’etichetta tessile tanghera che contiene tutte le indicazioni rigorosamente obbligatorie di ogni ballerino/a, strumento molto utile che contribuisce a sapere in anteprima con chi si avrà modo di ballare. 

Ovviamente sul mercato esistono anche le case di moda cioè le scuole di tango conosciute grazie a grandi marchi pubblicizzati presso il pubblico tanghero e in ognuna di queste, troviamo delle caratteristiche specifiche di stile, di capacità, di stilisti (maestri) che rappresentano la moda tanghera italiana dove gli allievi si addentrano in vere e proprie sfilate pronte a rispondere alla stampa e al marketing del mercato (essere i più invitati e considerati i più bravi di una scuola). 

Il prêt-à-porter francese, a noi tangheri, ci fa un baffo e pur essendo un pronto moda con una tempistica di produttività drasticamente ridotta il nostro abito esce ininterrottamente e repentinamente da ogni sartoria milonghera alla fine della serata. Per tranquillizzare chi si affaccia per la prima volta al nostro universo, informo che tutti quanti mettiamo su una sartoria tanghera non appena facciamo il primo passo di tango.

Maria Caruso

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