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giovedì 25 agosto 2016

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga.

L'ultimo tango

di Maria Caruso - lunedì 12 ottobre 2015 ore 06:00

L’ultimo tango è quello che occupa il posto finale in una serata di Milonga. Quasi tutti i musicalizadores al termine dell’ultima tanda inseriscono La Cumparsita che oltre a tutto è il primo tango divenuto celebre oltre i confini del Rio de la Plata. Tale brano è stato scritto e musicato per la verità da un compositore uruguaiano (giovane studente della facoltà di architettura Gerardo Herman Matos Rodriguez, detto il Becho) suonato per la prima volta a Montevideo nel 1916 e nel 1997 è stato inoltre proclamato inno popolare e culturale uruguaiano. Inizialmente era stata composta come marcetta in occasione dei festeggiamenti di carnevale ma divenne famosa soprattutto quando Enrique Maroni e Pacual Contursi ne scrissero il testo. 

E’ quasi scontato, nel mondo degli uomini “normali” che quando si sente parlare di tango il pensiero musicale quasi sicuramente vada alla Cumparsita poiché difatti è divenuta, da Parigi in poi, il tango più cantato nel mondo considerato peraltro sempre più sinonimo di ballo. Oggi si contano più di 150 versioni differenti e addirittura sono stati scritti due testi da autori diversi. 

In uno si parla dell’affetto ancora vivo di un uomo per la donna amata dalla quale spera di non essere stato dimenticato e per la quale non riesce a trovare alcuna consolazione. Per farla ancor più drammatica in una delle strofe asserisce che perfino gli amici si sono stufati di incoraggiarlo nonostante lui continui a sentire l’angoscia nel petto. A un certo punto incolpa la donna per il male subito ma lui, ad ogni modo e nonostante tutto, la ricorda ancora con affetto e continua la sua vana ricerca dei suoi occhi ovunque vada senza però mai riuscire a ritrovarli. Sul finale parla del loro rifugio, dove nemmeno il sole mattutino spunta più dalla finestra come quando c’era ancora la sua compagna. Per giunta anche il cagnolino ha smesso di mangiare abbandonando alla fine, pure lui il suo padrone. (sfigato al massimo.) 

L’altra versione parla di un uomo malato in punto di morte. Nel letto singhiozza angosciato ricordando il passato che lo fa soffrire. Per l’appunto il poveretto aveva abbandonato la madre per la folle passione di una donna bellissima, affascinante, un fiore di lussuria dalla quale poi fu lasciato per un altro. Così lui ritorna alla casa materna per curare il suo cuore malato ma ahimè la madre era morta per il freddo l’inverno precedente. Oggi si ritrova pertanto solo e abbandonato alla sua triste sorte e ansioso aspetta la morte che sta per arrivare. Si sente malvagio nei confronti della madre e tra le ombre sente il suo respirare sofferente ma poco prima di morire una dolce pace lo pervade perché sente che sua madre, buona, perdona tutte le sue colpe ed espira con un sorriso sulle labbra (anche questo peggio del precedente in quanto a sfortuna). 

I testi delle canzoni generalmente raccontano un ricordo, una terra lontana, la nostalgia per la giovinezza e immancabilmente l’amore in tutte le sue forme ma sempre irraggiungibile, non corrisposto, sofferto ed è quasi impensabile il confronto con i testi cantati all’inizio del ‘900 quando le parole del tango erano generalmente comiche. 

Tutti i ballerini sanno che con la Cumparsita la serata è arrivata alla sua conclusione e pertanto si riservano di ballarla con la propria compagna o con la prescelta come preludio al proseguimento della serata in altri luoghi diciamo più consoni a consumare la passione accesasi durante la serata. Ovviamente non è una regola assoluta ma tacita anche perché difficilmente la coppia non affine rimane e balla la Cumparsita. Se osserviamo più da vicino le donne sedute durante l’esecuzione del brano, possiamo notare espressioni diverse. 

Le donne single arrivate al tango come tali e rimaste libere da legami, si tolgono le scarpe con espressione serena e si apprestano ad andarsene con tranquillità. Le donne arrivate al tango senza compagno che diventano coppia grazie alla complicità della musica si gustano la melodia con un sorriso a trentasei denti, espressione del tutto diversa da chi invece è rimasta senza il proprio uomo per aver interrotto la relazione. 

Le vediamo assorte a osservare le coppie in pista e palesare il loro disatteso desiderio di essere al loro posto. Nel guardarle più attentamente è possibile qualche volta scorgere una lacrima scendere dalla guancia che abilmente nascondono abbassando la testa per togliere i sandali dal tacco alto. 

Allora la consapevolezza chiara e netta della mancanza del proprio amore che non c’è più, cui si vorrebbe tornare e il desiderio struggente di ciò che si vorrebbe raggiungere, fa scaturire una nostalgia fortissima poiché certe di non riuscirci più. 

Non ballare più la Cumparsita con il proprio uomo fa provare un sentimento di mancanza per qualcosa che si è conosciuto bene durante le serate in milonga e a cui sempre si vorrebbe ritornare, rimanendo nella speranza di poterlo rivivere un giorno. Il momento della speranza però arriva all’inizio della serata successiva in cui andranno in milonga perché sul momento e fin tanto che Morfeo non le strappi alla cruda realtà, l’espressione scontenta s’imprime sulla tanghera rimanendo incollata al volto. 

Come fosse una maschera di cera, che le lacrime una volta a casa, scioglierà del tutto.

Maria Caruso

Articoli dal Blog “Parole milonguere” di Maria Caruso