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sabato 01 ottobre 2016

PAROLE MILONGUERE — il Blog di Maria Caruso

Maria Caruso

MARIA CARUSO - “Una vita da vivere” è il primo libro che ha scritto dopo aver visto il primo cielo a San Felipe in Venezuela ed aver fatto il primo ocho atràs a Pisa. E' in Italia dal 1977 e per tre anni ha abitato in Sicilia. Le piace raccontarsi e raccontare con le parole che le passano per la testa ballando un tango in milonga.

Le parole dei maestri... i pensieri degli allievi

di Maria Caruso - lunedì 11 maggio 2015 ore 16:23

I maestri per trasmettere un insegnamento usano principalmente le parole, le spiegazioni, gli esempi, per far sì che gli allievi acquisiscano il sapere, l’esperienza, l’abitudine e infine, la capacità di ballare. La parola, in particolare, nel presupposto di un riferimento convenzionale, sta alla base della comunicazione; il suono trasmesso dagli insegnanti deve però essere oggetto di elaborazione acustica (tono, accento, enfasi, ecc) affinché la parola stessa possa essere compresa nel suo vero significato. 

Per facilitare il compito a noi poveri apprendisti, i nostri educatori usano spesso la metafora, una figura retorica che implica un trasferimento di significato in modo da creare immagini a forte carica espressiva utilizzando efficacemente il suo potere evocativo. L’apprendimento invece consiste nell’acquisizione di nuove conoscenze, comportamenti, abilità, affinché si verifichi un cambiamento, o meglio, un adattamento per risolvere un problema, cioè, nel caso nostro, quello di ballare il tango. Il pensiero è altresì l’attività che la mente compie per acquisire la coscienza di se e del mondo in cui vive (vi ricordare Cartesio? Penso dunque sono…) ed è pertanto utile per chi va a scuola di ballo. Il tango argentino però si apprende attraverso i neuroni a specchio che sono una classe di neuroni che si attivano quando un individuo compie un’azione e quando un individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto, pertanto i passi dei maestri vengono letteralmente imitati dai loro allievi. 

Per ballare bene abbiamo bisogno di imparare la postura del tango che più o meno tutti conosciamo ma, quando i maestri ci parlano del “cambio peso”, spesso gli uomini pensano ai bilancieri guardandosi i bicipiti e le donne a loro volta alle odiose bilance tenute in casa, traducendo il messaggio con un movimento dondolante, spostando il corpo da una parte all’altra come fossimo in alto mare in balia di un moto ondoso. Per non parlare poi di quando ci dicono di mantenere le linee che sono date dalla posizione del corpo, delle gambe e dei piedi e dall’intesa di coppia, ma che per un geometra hanno importanza in altri contesti e per le donne, non per essere monotona, dolore a pensarci, specie se si avvicina la stagione balneare. 

L’energia che spiegano i docenti, indicandoci appunto, per usare una metafora di “prendere il pavimento”, per l’uomo studioso di fisica è semplicemente un’unità di misura che usa nel suo lavoro mentre per la donna è quella che gli manca alla fine della giornata dopo aver lavorato otto ore, fatto la mamma e le faccende domestiche. Sappiamo per esperienza la difficoltà nel mantenere l’equilibrio con la postura del tango e quando i nostri insegnanti si sgolano dicendoci di tenere il centro, la donna comincia a cantare dentro di se: “Voglio un centro di gravità permanente. che non mi faccia mai cadere...”; l’uomo invece, a quanto sia faticoso mantenersi equilibrati per non sbottare: “Ma insomma dov’è questo centro che lo compro?”. 

Infine ci insegnano a ballare a tempo di musica e fin qui niente di strano ovvio, ma la cosa si complica nel nostro amato tango argentino perché i tempi sono tre: 4/4, 2/4, e 3/4 se parliamo di tango, milonga o vals specie quando i nostri maestri cominciano a contare un dos, un dos, un dos trés: dura per chi non è bravo in matematica. Il contrattempo gioca inoltre un tiro mancino contro i ballerini che spesso il senso di tale ritmo non è subito acquisito e diventa pertanto un vero supplizio quando la voce del maestro dice: NO! Non sei a tempo… ahimè in tanti pensano di andare a farsi controllare l’udito, ma vi assicuro che è solo questione di orecchio musicale e di pazienza perché in una non lontanissima milonga ho ballato con un ballerino che aveva non uno bensì due apparecchi acustici agli orecchi e vi garantisco che di tempi non ne ha sbagliato neanche uno. 

Tutto sommato però abbiamo un vantaggio: andando a lezione di tango al tempo stesso apprendiamo nozioni di spagnolo gratis e arricchiamo il nostro vocabolario poiché i maestri usano i termini argentini (che inizialmente non ricordiamo e perciò non ne associamo i corrispettivi passi). Nel bene o nel male ci facciamo anche una cultura sulla storia dell’Argentina, dei suoi musicisti più famosi e delle abitudini di quel popolo alla cui costituzione noi italiani abbiamo sensibilmente contribuito. Sono sicura che ogni tanghero che si rispetti porta con sé il sogno di andare a visitare, prima o poi, questo paese, ricco di tradizioni e di meraviglie.

Maria Caruso

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