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mercoledì 26 aprile 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Finché c'è denti in bocca

di Marco Celati - lunedì 06 giugno 2016 ore 07:00

A Brunero

"Finché c'è denti in bocca non si sa quel che ci tocca" recita l'antico adagio. E se il detto è vero, allora io, quel che mi tocca, ormai lo so. Denti me ne sono rimasti altro che pochi. Nell'arcata superiore ponti e coperture artefatte, in quella inferiore alcuni valorosi sopravvissuti a cui è agganciata una protesi tramite due ferretti di sostegno. E si scrive protesi, ma si pronuncia dentiera, purtroppo. Per di più, uno degli incisivi recentemente ha capitolato e, non prima di quattro confortevoli punture di anestetico, è stato felicemente estratto. Un sorriso alla Brutos, un complesso scalcinato degli anni sessanta, è quello che mi rimane del viso che un tempo ricordavo gentile. Sono un nostalgico odontalgico.

Col Mago, un amico con cui avevo condiviso gli stessi problemi fin dalla tenera gioventù, bruciata e persa come i nostri denti, si era sempre detto: "Finiremo come la Giorgina, che faceva i pompini col rigo!" Il rigo del bordo gengivale. La succitata era un'anziana del mestiere, ormai con rada, pressoché inesistente, dentatura, che aveva acquisito quella specializzazione, non è difficile immaginare il perché e il percome, nell'esercizio, reiterato nel tempo, dell'onorata professione.

La storia dei miei denti è la storia della mia stupidità. La mia povera mamma ci si perdeva: telefonava al dentista e mi ci mandava, quando ero ragazzo.

Il dottor Pierotti aveva lo studio in Via della Stazione Vecchia. A quei tempi non era come adesso che prendi un appuntamento e alla tua ora ti tocca e ci vai. Prima si andava e si aspettava in fila il proprio turno, spesso tra lamenti e dolorose giaculatorie degli astanti. Sai che palle per un giovane impaziente, indisciplinato e sedicente furbo quale al tempo ero o mi professavo!

Stavo in sala d'aspetto, qualche volta entravo per una fastidiosa otturazione, ma le più volte dopo un po', spazientito, me ne andavo.

"Sei stato dal dentista?" la mamma, tornando dal lavoro, mi chiedeva.

"Si mamma" rispondevo con una faccia da impunito. In fondo era vero: per esserci stato, c'ero stato, almeno una mezz'orretta buona. Poi ero andato al Bar. Un cretino, un deficiente vero.

Povera mamma! Mori giovanissima, per un brutto male e aveva tutti i denti sani in bocca. Aveva un sorriso bellissimo.

Più tardi, anche il babbo che l'amava, la raggiunse. Fumava tanto, troppo. Denti non so quanti ne avesse ancora: gengivite espulsiva. L'ho visto tante volte soffrire a tavola solo per mangiare e ora capisco perché. Alla sua morte mi lasciò in eredità sei milioni di lire "perché mi rimettessi a posto la bocca", aveva detto a mia sorella. E questa volta obbedii alla consegna, non solo per la gravità del lascito, ma perché ormai ne avevo davvero bisogno. E ciò a causa della mia colpevole trascuratezza giovanile e successivamente della povertà adulta: i soldi erano pochi e i dentisti costavano troppo.

Allora conobbi Brunero. Brunero Tognoni e la Fabrundent: uno studio dentistico e odontoiatrico in via della Misericordia. La via era appropriata alla missione, almeno per me. Brunero era un odontotecnico esperto, aveva soluzioni adatte, ingegno e mani d'oro. Una volta mi propose "un ponte di Brooklyn" per la bocca: così mi disse. Me lo spiegò, non capii, ma funzionò per molti anni. Brunero in fondo mi salvò la vita: è a lui che devo se ho mangiato senza piegarmi in due sul tavolo come a volte mio padre, se ho sorriso, se ho parlato senza vergognarmi ad aprire bocca, a parte ciò che dicevo. Brunero veniva incontro a tutti per i costi, si sapeva, e faceva fattura.

Ma aveva anche coltivato fin dal dopoguerra, la sua grande passione: era un cineamatore, negli anni sessanta aveva fondato il Cineclub di Pontedera ed era stato presidente della Consulta Regionale della Federazione Nazionale del Cinema. Riprese l'alluvione di Pontedera, la visita del Presidente Gronchi, nostro concittadino, filmò manifestazioni ed eventi del territorio. Amava la fotografia e la pittura, dipingeva lui stesso. Aveva una collezione di macchine fotografiche e cineprese d'epoca che donò al Comune. Nel suo studio articoli dei giornali del tempo raccontano ancora tutto questo e lo ritraggono accanto al nostro Sandro Mazzinghi, campione mondiale di pugilato: aveva filmato il suo ricevimento in Comune con il Sindaco Maccheroni, dopo la conquista del titolo. Esprimeva la sua sensibilità per immagini: una volta mandò a tutti una cartolina di auguri con due arcobaleni. Era una foto che aveva scattato al volo sulle colline di Peccioli. Me lo disse. Gli dissi che ogni arcobaleno rivela un tesoro, in quel caso due. Forse almeno uno era la discarica di Legoli, aggiunsi malizioso e spoetizzante.

La mia nuova dentatura era perfetta, imperfetto ero io. Al Cinema Massimo, mentre vedevo un film, addentai un pacchetto di pop corn di quelli come usavano allora, confezionati e legati in cima con un laccetto di plastica assai resistente. Non si apriva, tirai con i denti a più non posso e mi portai via mezza porcellana di un incisivo superiore, aprendomi in bocca un buco nero. Un cretino, si era già detto, ma qui siamo alla scoperta del cretino in uno dei suoi più riusciti travestimenti, in una sua nuova rappresentazione: la prevalenza del cretino. Brunero comunque rimediò il tutto con un'ingegnosa capsula sulla capsula e fu di nuovo sorriso. Durò molto, seppur con un po' di saltuarie, necessarie manutenzioni.

Brunero se n'è andato da poco e non ho potuto nemmeno partecipare al suo funerale: una febbre assurda e uno squaraus da svenimento mi hanno costretto a letto. Ho mandato solo un messaggio alle figlie, sperando che lo leggessero. Con tutto quello che aveva fatto per me!

Mi ricordo che una mattina, era un sabato, c'era un'iniziativa importante e dovevo parlare. Mi ero preparato il discorso, quando la suddetta super capsula, malignamente mi fece "ciaone". Me la misi in tasca, montai in macchina e corsi, disperato, allo studio dentistico. Mancava poco. Parcheggiai, mi avviai a passo spedito, confidando nella fortuna che, stranamente, mi arrise: Brunero era in Piazza con la cinepresa, voleva riprendere l'evento. Gli corsi incontro, ma lui arretrava per inquadrarmi: ero uno dei relatori, avrà pensato che era importante riprendermi. "Brunero!" gli gridai a denti stretti, un pezzetto dei quali avevo in tasca, "Fermati, accidenti!" e scoprii il labbro, mostrando l'orrida fessura. Andammo subito allo studio, fortunatamente lì vicino: Brunero con rapide mosse e adeguati materiali rimise a posto l'impalcatura e così potei pronunciare il mio intervento in tempo e senza sfigurare. Mi aveva salvato ancora.

D'altra parte allora mi ero fatto una certa posizione. Già, "la posizione"... Questa parola richiama alla mente bei ricordi. Nella mia prima visita prostatica il celebre urologo ospedaliero, mi intimò: "Si spogli e si metta in posizione."

"Scusi, professore" domandai timoroso "Qual è la posizione? Non sono pratico."

Non mi degnò di risposta, s'infilò un guanto di lattice e unse il dito medio con la vaselina. Umiliato, capii. Ci sono silenzi e gesti che valgono più di tante parole. Aveva un dito di proporzioni falliche, faceva parte del titolo di studio e dei ferri del mestiere.

"Sente male?" Chiese.

"Bene no!" Risposi.

"Il futuro entra in noi in questa maniera, per trasformarsi in noi, molto prima che accada" è una frase stracitata di Rainer Maria Rilke. Speriamo non sia vero, pensai. Almeno non in questa maniera.

Marco Celati

Pontedera, 5 Marzo 2016

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Rainer Maria Rilke "Lettere a un giovane poeta": chiedo scusa per l'accostamento, insostenibile quanto "la posizione". "La prevalenza del cretino" è un libro di Fruttero & Lucentini, in questo racconto, più che letto e citato, dal sottoscritto ben rappresentato.

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati