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venerdì 24 novembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

LA VITA E' UN PALLONE - ultima puntata

di Marco Celati - sabato 19 novembre 2016 ore 13:33

Tornai a Pontedera, giocai ancora negli amatori con il Circolo Aurora, insieme a mio fratello Carlo. Gli avevo insegnato io a tirare i primi calci, da piccolo. In allenamento mi fece un tunnel, gioì e mi lasciò, interdetto, a riflettere sull'inevitabile passaggio del tempo e delle generazioni.

Gli anni tra i trenta e i quaranta sono i peggiori per un giocatore, almeno lo furono per me. Durante una partita al campo della Rotta, un difensore, soprannominato Gulliver, nella sua versione gigantesca, mi crollò addosso dopo l'ennesimo salto e l'ennesimo colpo di testa in una mischia in area. Il colpo risultò vincente, il portiere battuto e il crociato sinistro rotto. Quaranta giorni ingessato: sono leve lunghe, è un casino, farle tornare a posto. Dopo la guarigione, in una nuova partita contro una squadra rottigiana, andai a segno su un lancio lungo con un tiro in corsa, proprio di sinistro. Ero al settimo cielo, ero tornato! Di lì in poi fu una via crucis: distorsione del braccio, ancora su caduta da colpo di testa. È bene insistere. Distorsioni delle caviglie: quattro volte, due per parte. Avevo ormai preso dimestichezza con le fasciature. Una pallonata mi ruppe il mignolo destro. Lo steccai da me con il bastoncino di un ghiacciolo. Dopo averlo ciucciato: il ghiacciolo, non il dito. È rimasto solo un po' storto.

Un portiere in passato mi aveva spezzato un dente in un'entrata di pugno. Avevo anche marcato, ma l'arbitro fischiò punizione e annullò il goal. Pensare che avevo saltato tra portiere e terzino e avevo anche avuto la peggio. Misteri degli arbitraggi. Ma senza arbitro non ci sarebbe partita perché se 'un c'è regola, un c'é frati. E tanto oggi anche i denti veri sono un ricordo. Altra partita, altra caduta: l'estremo difensore mi travolse, cascai all'indietro e mi feci male al bacino. Anch'io, in compenso, ruppi una clavicola ad un portiere al campo di Montecastello. Mi dispiacque tanto, non lo feci apposta. Fu uno scontro fortuito, nessuno dei due frenò la corsa. Lui abbassò la spalla, sentii il rumore dell'osso che si spezzava. Come quando il mio fratello più piccolo, Giovanni, ruzzolò dall'argine e lo portai a cavalcioni fino all'ospedale. Mi facevo rispettare, se il difensore picchiava, anch'io gli davo. Non ero d'istinto aggressivo, ma i contrasti mi facevano reagire, scatenavano in me la competitività, accrescevano la voglia e la forza di resistere. Mai tolto la gamba in un contrasto. Ma nemmeno mai fatto uno sgambetto, mai giocato per far male in vita mia.

A fine "carriera" andavo la Domenica con amici e "vecchie glorie" nel campo sullo Scolmatore gestito dall'ASHA, l'Associazione Sportiva Handicappati. Ormai tutti eravamo diversamente abili. Ci si divertiva, qualche goal bello l'ho rifatto. Poi mi separai, il Sabato e la Domenica dovevo tenere i figli. Fare il padre, finalmente. Quando i gemelli nacquero, io ero a giocare a pallone. Mia moglie, ricoverata in ospedale, mi aveva detto che c'era ancora tempo. Giuro. Quando arrivai erano già venuti al mondo. Che padre snaturato! Ho fatto meglio che potevo, sicuramente non bene. Uno scarpone anche nella vita. E quando si trattò di far scegliere uno sport ai bambini dopo il nuoto, li portai davanti al campo della Bellaria Cappuccini, della serie: un giorno tutto questo sarà tuo, anzi vostro. Confidavo che proseguissero lo sport di famiglia. Mi ero già messo d'accordo con la società sportiva e con "padre" Piero, il presidente. Ma loro ascoltarono la mamma che non ne voleva sapere di scarpe e maglie motose da lavare. Pensare che a me piaceva tanto giocare sotto l'acqua, con il terreno pesante. È il più indicato per i goal di rapina, nelle mischie in mezzo all'area. A volte il pallone s'impantana, coperto dagli schizzi di fango, sotto la pioggia battente che attutisce i colpi, le grida soffocate nello sforzo. Tutto sembra rallentare i movimenti, le cadute. È importante saper cadere. Esistere è una lunga caduta. Altre volte, sul terreno pesante, come spesso è la vita, il pallone rotola via leggero. Ma, i figli no, seguirono sopratutto gli amici, la loro generazione, scelsero il basket. E così la genia dei pallonari finì per sempre con me.

Appesi le scarpette al chiodo. Non giocai più, se non in qualche partita per beneficienza o per solidarietà, ma facevo pena. Ho giocato con le squadre dei ragazzi della Bianca, una cooperativa e un centro per il disagio giovanile. C'erano ragazzi e uomini con un passato pesante e un presente difficile: sostanze, alcool. A corto di futuro. C'erano dei calciatori talentuosi, dei geni veri della finta. Purtroppo la finta più efficace la facevano a sé stessi. Qualcuno non c'è più, qualcuno non ce l'ha fatta. Altri invece ne sono usciti vittoriosi, in campo e nella vita.

Un'altra partita memorabile fu quella al vecchio Marconcini, contro una rappresentativa di immigrati senegalesi, Dudù, Ndao, bravi giocatori, atleti fisicamente superiori a noi visi pallidi. Non so come ne uscimmo, correvano come forsennati, ma noi forse avevamo più esperienza. Renzino, il vicesindaco dai piedi buoni, segnò su calcio piazzato. Spadino mi crossò dalla destra in area, saltai di testa, mi si fece avanti il portiere, enorme e chiaramente nero, temetti il peggio. Chissà come, arrivai prima io sulla palla e la girai in rete. L'ultimo goal che ricordo o voglio ricordare: quello con i fratelli del Senegal. Dopo feci schifo per tutta la partita. Come si dice in questi casi non ci furono vinti o vincitori, vincemmo tutti: bianchi e neri. Magari il mondo fosse così.

Poi ci fu un incontro al nuovo Stadio Comunale con la squadra nazionale delle attrici o così mi pare. Era per beneficienza: a ciò fu devoluto il magro incasso ricavato, non rammento per cosa in particolare. Mi badava una "terzina" bellissima e per un po' mi feci badare. La terzina, ancorché incatenata, sarebbe una strofa dantesca. Comunque la galanteria nulla poté contro l'agonismo: su scambio con il centrocampo ricevetti di nuovo la palla in area nella posizione di ala destra e insaccai, incrociando alla destra della femmina di portiere. "Portiera" è quella delle auto. Se è per questo anche "portiere" è quello degli alberghi. Comunque, al di là di queste dispute nominaliste, un tiro secco, rasoterra, imparabile. Mi accomiatai dalla terzina che mi guardò male e, altezzoso, corsi in panchina a farmi dare il cambio. Il mio l'avevo fatto. Il calcio non è per signorine, pensai. Ho visto giocare squadre femminili di calcio: mi avrebbero dato pappa e cena anche quando ero giovane e giocavo meglio. E con qualcuna non mi ci sarei preso, nemmeno se avessi avuto ragione.

Infine di un'altra volta voglio raccontare. I Comuni della provincia avevano regalato al Carcere Don Bosco un campetto di erba sintetica, fui ingaggiato per la partita inaugurale e giocammo con i carcerati. Una "gabbionata", in tutti i sensi. Per l'occasione erano state invitate autorità varie. Prima di entrare in campo, un onorevole disse nello spogliatoio:

«Ora si accorgono che non sappiamo!»

«Onorevole» risposi «parli per sé.»

Feci un bel passaggio al Sindaco di Pisa che segnò esultando, mi sbraciolai una gamba sul terreno sintetico dopo un'entrata galeotta di un ospite dell'istituto di reclusione e dettero al Sofri un rigore inesistente: i soliti favoritismi. Pareggiammo e ci abbracciamo tutti. Il calcio è anche questo, per fortuna.

Da quando ho smesso, un effetto del cambiamento è stato che dovevo fare la doccia da solo, in casa. Per gran parte della mia vita l'avevo fatta negli spogliatoi, quelli scalcinati dei paesi, insieme ai compagni delle squadre con cui avevo giocato. Il ginocchio sinistro in vecchiaia si è fatto risentire. Mi ha ricordato che ho condotto un'esistenza con incuria e disordine. Quando si piega, rialzarmi richiede uno sforzo e una smorfia di dolore. E non è il dolore piacevole dei muscoli dopo un allenamento o una partita. È l'acciacco vigliacco, premonitore del declino.

Per il resto il tempo scorre e i ricordi si scordano. Se no la vita non potrebbe scorrere del tutto. In compenso qualche ricordo si ruba agli altri. Io sono un ladro di ricordi. Il calcio non mi interessa più di tanto. Trovo che sia uno sport entusiasmante a giocarlo, noioso a vederlo. Non sopporto i tifosi e la loro arrogante violenza. Quel concetto passivo e frustrante di sport in cui si scaricano troppe tensioni e troppe miserie. E non mi piacciono gli interessi di quel mondo disonesto, fatto di procuratori felloni, di odiosi speculatori, di evasori fiscali e previdenziali, di falsi bilanci. E tutto quel dispiego costoso di polizia, tutta la comunicazione pervasiva dei media. Non si capisce perché quei gran soldi. Né perché lo Stato debba corrisponderli o perché un imprenditore debba elargirli, ammesso che lo faccia davvero, anziché pensare alla sua impresa, ai suoi dipendenti. E i compensi miliardari dei giocatori, che senso hanno in un mondo così squilibrato? Sono un'offesa a ciò che rimane di giusto sulla Terra, se qualcosa rimane. Tutti giocatori stranieri; non si valorizzano i nostri vivai giovanili, le nostre scuole di calcio. I risultati poi si vedono con la Nazionale. Noi si giocava per divertimento e passione. E la vita è stata così, fatta di gioie e di tristezze, come deve essere. E di passioni. La vita è un pallone. Qualche volta si hanno sprazzi da serie A. Più spesso si milita nelle serie minori, in periferia. Ma il campionato va avanti, dignitosamente e con sobrietà. Si vince, si perde, a volte si pareggia.

Fine

Marco Celati

Pontedera, 17 Ottobre 2016

Ho liberamente parafrasato da "La verità sul caso Harry Quebert" di Joël Dicker: "La vita è una lunga caduta, Marcus. La cosa più importante è saper cadere". 

Marco Celati

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