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venerdì 17 novembre 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Arrival

di Marco Celati - sabato 21 gennaio 2017 ore 18:50

Soffia il terribile buran delle steppe, un vento gelido. Burian, buriana, borea, bora, burrasca, sembra abbiano un'etimologia e un'assonanza comune: dal turco, al russo, allo slavo, al greco, al latino, fino a noi. Evocano tormente e bufere. Insomma fa un freddo pipone, che è un modo più volgare di classificare le basse temperature. E sorvoliamo sull'etimo di pipone. Siamo nella morsa del gelo. Un Paese terremotato e per di più sotto la neve e la bufera per la disperazione dei senza tetto: di chi un tetto l'aveva e l'ha perso e di chi non l'ha mai avuto. Intanto i "barbari" premono alle porte e noi li respingiamo come invasori alieni. Sembra un segno dei tempi, una rivolta della Terra, la deriva dei continenti e dei popoli, mentre il gelo attraversa la vita ed un cieco terrore ci incalza e ci prende. Manca un governo della Terra e del mondo.

Al Cinema ho visto "Arrival". Finalmente è arrivato nelle nostre sale questo film statunitense del 2016, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, diretto da Dennis Villeneuve e ben interpretato da Amy Adams nel ruolo della linguista Louise Banks, con protagonisti Jeremy Renner, nelle vesti del fisico teorico, Ian Donnelly e Forest Whitaker, il colonnello Weber. È un film di fantascienza messianico e introspettivo. La Terra viene invasa da dodici astronavi a forma di giganteschi gusci che si posizionano, sospese, su diverse aree del pianeta. A bordo ci sono dei poliponi eptipodi, giganteschi calamari neri, dotati di sette tentacoli. Comincia nei vari Paesi il tentativo di comunicare con gli extraterrestri per cercare di capire le loro intenzioni: sono pacifiche o aggressive? Per un po' gli scienziati di tutto il mondo collaborano tra loro, poi prevalgono competizione e paura, il dialogo si interrompe e prendono il sopravvento le azioni militari. Per fortuna la linguista e il fisico teorico riescono ad interpretare il loro alfabeto. Louise soprattutto, esperta di linguaggio, stabilisce un contatto comunicativo, una sintonia con gli eptipodi. I poliponi infatti a guardarli si presentano malino, ma sono una specie benintenzionata e più evoluta di noi. Vedono il futuro e sanno che tra poche migliaia di anni loro avranno bisogno di noi. Per questo ci vogliono preparare. Louise riceve in dono "l'arma" della conoscenza e la condivide con i vari esponenti della scena internazionale. I potenti del mondo riprendono così a collaborare per iniziare finalmente a governare, coesi, il sapere e il progresso sulla Terra. "L'arma" apre il tempo: la scienziata ne assume la dimensione circolare. Il rapporto tra passato e presente. La previsione di un futuro carico di speranze e dolori con la condivisione ineluttabile di queste responsabilità. "Il segno certo che noi siamo dentro / un cerchio ininterrotto".

Come è stato nella storia i barbari invasori hanno portato alla nostra arrogante e bellicosa decadenza, novità e futuro. A ricordo di quando anche noi siamo stati barbari, invasori, migranti, portatori di distruzione, di bisogni e di evoluzione.

Louise e Ian si innamoreranno, avranno una figlia. Louise conosce il divenire di quella relazione, le gioie, le pene, ma decide di viverle nel continuum acquisito del tempo, dei ricordi e di ciò che sarà. "Morire in questa vita non è nuovo,/ ma più nuovo non è nemmeno vivere". Esenin, l'ultima poesia, scritta con il sangue. Vladimir Majakovskij: "In questa vita / non è difficile / morire./ Vivere / è di gran lunga più difficile". Poeti suicidi, sopraffatti, ma anche sospinti dal "doloroso amore" della vita.

Commovente è il modo con cui Louise riesce a convincere il generale cinese a desistere dall'attacco, ripetendogli le ultime parole della moglie morente. Ed è altrettanto commovente che un generale si sia fatto convincere così. Queste cose succedono nei film. Altro non svelo.

"Arrival" non è "L'invasione degli ultracorpi", i baccelloni replicanti e invasori, non è "La guerra dei mondi", i mostri per nostra fortuna sterminati da un banale raffreddore, annichiliti dai microrganismi contenuti nel sangue umano a cui la specie terrestre si è adattata: "poiché gli uomini non vivono e non muoiono invano." E nemmeno si ammalano per nulla: ci vacciniamo per l'invasione. Non è "Alien", il rettiloide, perfetto sterminatore. Ma neanche il patriottardo "Indipendence Day". È piuttosto del genere "Ultimatum alla Terra": ricordate il robottone metallico Gort? Se non era per la storica frase "Klaatu, Barada, Nikto!" ci avrebbe disintegrati per vendicare l'uccisione di Klaatu, l'extraterrestre venuto a chiedere pace agli umani in piena guerra fredda e in preda alla paura del conflitto atomico. Smettete di fare i bischeri e di rompere i coglioni, sennò la "Confederazione Galattica" vi manda i suoi automi in modalità distruzione, così imparate e state più fermi. Insomma gli alieni buoni di "Incontri ravvicinati del terzo tipo" venuti a conoscerci e a portarci un po' più di scienza, di intelligenza e di giudizio. Un "Conctat", un po' meno idilliaco e religioso, più riflessivo ed esistenziale. Sta a noi trarne riferimenti sociali.

"Arrival" ha toni grigi e cupi, claustrofobici. I continui flash-forward e flash-back, avanti e indietro nella memoria, rendono il percorso intrigante e confuso. I giganteschi gusci astronautici, sospesi in verticale sulla terra e sul mare, sono suggestivi, carichi di un effetto semplice e primordiale. Il film è da vedere, non solo e non tanto per gli appassionati del genere. Non ci si aspettino giocosità o effettoni speciali, il genere è più d'essai. Eppure pensoso ed avvincente.

Sfidando il buran delle steppe e la notte, sono andato a vedere la partita dei figli, dentro una palestra persa nel territorio. Giocano a basket in un torneo per amatori, che vuol dire adulti. Giocavano in casa contro la seconda in classifica, loro sono quarti. La volta precedente avevano perso; anche stavolta, per una partita ancor più impegnativa, temevo una nuova sconfitta. Invece hanno vinto alla grande. Questo è perché, diversamente dalla linguista Louise, che ha studiato e incontrato i calamari alieni a sette gambe, non ho il dono della preveggenza e conservo solo l'ignorante, sfiduciato e sfigato disincanto terrestre.

Il filmofago intollerante

Marco Celati

Treggiaia, 20 Gennaio 2017

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"La fredda linea del crepuscolo / è come il ricordo d'un male recente / e il segno certo che noi siamo dentro / un cerchio ininterrotto." Aleksandr Blok, "È terribile il freddo delle sere".

"Il porto / accende ad altri i suoi lumi; me al largo / sospinge ancora il non domato spirito,/ e della vita il doloroso amore." Umberto Saba, "Ulisse". 

Marco Celati

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