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martedì 30 maggio 2017

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

LA VITA E' UN PALLONE - terza puntata

di Marco Celati - lunedì 07 novembre 2016 ore 07:00

Romanzo breve in cinque puntate

Negli anni '70 venivano organizzati incontri o tornei di calcio tra i bar di Pontedera. Con la squadra del Bar La Posta, di cui ormai ero diventato titolare effettivo, si vinceva, si perdeva, a volte si pareggiava. Vincere ci dava euforia, entusiasmo, tracotanza talora. Lo spogliatoio esultava. Il senso della vittoria ci accompagnava per giorni e giorni: la sera, a notte prima di prendere sonno. Fino alla paura per la partita successiva che metteva alla prova il nostro dubbio di vincitori. Perdere era mortificante, lo spogliatoio taceva o recriminava. Ti restava un sentore perdurante di amarezza, talora di umiliazione e poi ti abituavi. C'è una grandezza anche nel perdere, nella rassegnazione e nell'indicibile dei vinti. Fino alla speranza di rivincita della prossima partita. Pareggiare t'importava una sega. A volte poteva anche andare.

Feci i primi goal, ne assaporai la gioia e fu una soddisfazione infinita e indescrivibile. Una droga. Quando segnavo alzavo il pugno al cielo: ero comunista e quello era il mio riscatto. Naturalmente scarpone rimanevo. Magari segnavo una rete impossibile e poi, solo davanti al portiere, sbucciavo la palla e la buttavo fuori. Oppure pennellavo un cross da fondo campo e poi sbagliavo il più semplice dei passaggi o degli stop. Ma ero un'ala destra: maglia numero sette! Mi lanciavano sulle fasce: palle lunghe e pedalare, questo era il gioco. E allora correvo più forte che potevo, sentivo il vento in faccia e fra i capelli, che al tempo avevo e avevo lunghi, superavo il terzino, battevo il portiere e la mettevo dentro. Poi esultavo e i compagni mi abbracciavano. E questa memoria sostiene ancora, in certi momenti, l'anziano calvo, lamentoso e pieno di acciacchi che sono diventato.

In quel periodo l'UISP varò il campionato amatori. Avevo sempre giocato solo per divertimento e un campionato con calendari e arbitri ufficiali mi preoccupava un po'. Però mi cimentai. Sergio del Marrucci, presidente del Circolo Arci di Santa Lucia, una frazione di Pontedera, tipografo di professione, arbitro a scappatempo, allenatore per passione, fumino di temperamento, mise su una squadra e mi ingaggiò. Pagavamo perfino un contributo per le maglie e l'iscrizione al campionato, pur di giocare. In seguito militai nel Romito, altra frazione pontederese. Allenamenti non se ne faceva. Ci si trovava il sabato pomeriggio per la partita. A Capannoli, nell'incontro di esordio di un torneo estivo amatoriale con una rappresentativa pontederese, contro una squadra locale, segnai tre reti. Una la ricordo ancora. Avevo imparato a scambiare la posizione con l'ala sinistra. Se i terzini non facevano altrettanto, sulla fascia sinistra mi trovavo in genere davanti un terzino destro ed era facile andargli via toccando la palla di esterno destro e stringendo verso il centro. Saltarlo girando intorno al suo piede "sbagliato", il mancino. In questo modo dribblai il mio difensore e lo stopper che mi si fece incontro e insaccai in rete con una lucidità inaspettata, sopratutto per me, tirando tra portiere e primo palo. Un gollazzo! Studiavo architettura, lavoravo alla Coop. In quella partita mi vide Pergentino: non era un allenatore, era un allevatore che vendeva conigli, anzi coniglioli, alla cooperativa e mi propose di giocare in terza categoria, nella squadra del suo paese, il Selvatelle. Un po' titubante accettai. In seguito si disse che mi avevano comprato per tre conigli, anzi coniglioli, ma non era vero. Nego nella materia più assoluta, respingo queste insinuanti e calunniose illazioni: fu solo per sport, non fu per interesse. Comunque andavo alla grande.

Entrai a metà campionato. La prima partita la bucai perché mi scordai la carta d'identità a casa. Il cervello, anche da giovane, era quello che era. Esordii a Selvatelle contro il Lajatico, mi pare. Ero emozionato: intorno alla rete del campo c'era la gente del paese che faceva il tifo. Non c'ero abituato. L'allenatore, l'Orsini, aveva giocato in prima squadra nel Pontedera, mi mise subito in campo. Chissà cosa si aspettava, pensai. Dopo la prima corsa sentii una fitta dietro la coscia destra. Uno stiramento? Dissi all'allenatore, cambiami. Mi chiese cos'hai. Glielo dissi. Rispose non è una sega, corri che ti passa. Dopo un po' la stessa fitta la sentii dietro l'altra coscia. Inutile però invocare comprensione. In effetti correndo non sentii più nulla. Ma la fortuna aiuta gli audaci: in attacco, su un calcio d'angolo battuto dalla destra, saltammo in diversi. La palla passò. Impattò sulla mia testa reclinata e, sopratutto, sulla spalla. Goal! Anche il culo aiuta gli audaci. Tutti vennero incontro ad abbracciarmi. I tifosi esultavano.

Il Lajatico si riversò all'attacco per conquistare il pareggio e fu allora che l'Orsini fece la mossa decisiva e strategica. Vincente. Mi gridò di andare al centro dell'attacco e piazzarmi tra lo stopper e il libero. Io lo guardai perplesso: che devo fare? Chiesi. Ma lui vinse la mia titubanza, con grande tatto psicologico dicendomi di dargli retta, di mettere, all'evenienza, la palla in rete e non rompere tanto i coglioni che l'allenatore era lui. Quando uno riceve un'indicazione così chiara, dialogica, ma al contempo perentoria, non gli resta che eseguire. Infatti, su un lancio lungo, proveniente dalla nostra difesa, partì il mio contropiede. Palla al piede, passai di corsa tra lo stopper ed il libero, lasciandoli dietro. Uno dei terzini era rimasto in attacco e quando l'altro provò a convergere ero ormai davanti al portiere. Tirai, colpendo male la palla. Sono i tiri migliori. La palla, smezzata, finì alla destra dell'estremo difensore che, spiazzato da quel calcio sghembo, non tentò nemmeno un tuffo. Rimase fermo e fu due a zero. Un'apoteosi! Tifosi in visibilio, nuovi abbracci dei compagni. Ero la promessa mantenuta, il goleador che mancava. Ero diventato un centravanti. E poi seppi che ad ogni vittoria la società sportiva corrispondeva un piccolo premio in denaro, oltre quel poco che ci davano ogni mese. Era la prima volta che non pagavo per giocare, ma mi pagavano: cinquanta mila lire il mese. E non mi lavavo nemmeno la maglia, ci pensava la società, provvedendo pure alle scarpe: la "Pantofola d'oro", roba da professionisti. Avevo svoltato. In effetti dieci partite, dieci goal. Non male per uno scarpone.

Ci allenavamo due volte la settimana: alla fine avevo imparato a dosare la mia corsa e sapevo tirare di destro, di sinistro e di testa. Per imparare di testa, a furia di colpire la palla in allenamento, mi procurai una nevralgia del trigemino. I palloni di cuoio allora erano pesanti, specie quando erano bagnati e motosi, le cuciture facevano male. Però alla fine, in un modo o nell'altro, ero convinto di metterla dentro. Avevo acquisito come una spavalda sicurezza. Per un gran tiro di sinistro, in corsa, da tre quarti campo, che andò a sbattere sotto la traversa ed entrò in rete, perfino l'arbitro si congratulò con il mister. Un goal da serie A, sembra abbia detto, stupito. Nemmeno io, a dire la verità, capii come fosse venuto fuori quel tiro.

Arrivò la partita finale, contro il Fabbrica, decisiva per la vittoria in campionato. Ebbi una brutta nottata, prima dell'incontro: il mio matrimonio lo stavo mandando a rotoli. Le mie relazioni sentimentali erano inquiete. Entrai in campo stanco, demotivato, con un forte senso di colpa, non combinai granché. Perdemmo. Arrivammo secondi. Però passammo ugualmente in seconda categoria. Il girone del nuovo campionato era quello della costa. Dovevamo andare a Venturina e all'Isola d'Elba. Partivamo la domenica mattina con il pullman che a me faceva male, mangiavano riso in bianco che a me non piaceva. Sul pullman erano tutti ragazzi giovani con fidanzate al seguito. I ragazzi non discorrevano che di calcio o, quando le fidanzate non sentivano e a volte anche quando sentivano, di topa. Con rispetto parlando. E mi rompevo le palle. Io parlavo solo di politica, le poche volte che parlavo e quindi non parlavo con nessuno. Arrivavo in campo con le gambe molli, sfavato e con l'agitazione di stomaco. Poi la società cambiò anche allenatore. Con il ruvido Orsini io mi trovavo bene. Ci prendevamo di carattere. Con il nuovo per niente, né lui con me. Finì così. Non mi presentai più agli allenamenti e al luogo di ritrovo tradizionale, il Bar Sport del paese. Smisi e basta. I migliori addii sono quelli più brevi. Rimane una foto grande, in bianco e nero che da qualche parte conservo ancora. Si vedono i giovani che eravamo, chi spavaldo, chi pensieroso o sorridente, chi malinconico o ignaro della vita. Tutti guardano davanti a sé. In piedi, accucciati, schierati in posa, con il nostro allenatore. Alcuni di loro non ci sono più. Eravamo una squadra.

Continua

Pontedera, 17 Ottobre 2016

Ho attinto nel testo ad un distico di Pietro Ingrao: "I'indicibile dei vinti. / Il dubbio dei vincitori."

Marco Celati

Articoli dal Blog “Raccolte & Paesaggi” di Marco Celati